hanicker + rant   3

Presentazione di Android Ice Cream Sandwich
Avevo un’oretta e ho guardato il keynote di Google per la presentazione di Nexus e di Ice Cream Sandwich, la nuova versione di Android. Avrei un bel po’ di mugugni da fare, ma non nel merito dei prodotti, che mi sembrano ottimi, quanto per le modalità di presentazione. Ne tralascio la maggior parte perché mi annoio da solo, figuriamoci voi a leggermi; ma un paio di cose le vorrei dire.

Le riprese: roba da genitori videoamatori alla recita dell’asilo. Ma è il modo? Questi sono sfondati di fantastiliardi e non hanno un posto meno claustrofobico e una regia decente per riprendere un evento del genere? E il maxischermo? Ripreso da lontano, con poca profondità di campo e i pixelloni, questo è quello che si vede in 720pHD a pieno schermo. Fare una prova prima sembrava brutto.

Il demo: se non sei ultrasicuro che tutto fili alla perfezione, non lo fare. Il riconoscimento vocale ha sbagliato una parola. La feature più inutile e strombazzata, il riconoscimento facciale per lo sblocco, non ha funzionato. A parte che si tratta di una roba inutile che non sarà mai altrettanto pratica della gesture, ma almeno assicurati che il demo funzioni bene. Piuttosto bara, se non sei sicuro; ricompilala con due linee di codice che la fanno funzionare anche se al posto della tua faccia c’è Dumbo l’elefantino. E il lock screen automatico, porca paletta! Stai facendo una dimostrazione a tuo dire epocale, mi spieghi perché non hai disattivato il blocco automatico dello schermo che continua a romperti le balle per tutta la durata della dimostrazione? Compito a casa: guardare 10 volte la demo di Siri fatta da Scott Forstall.

L’abbigliamento: gente caduta in un armadio e vestita con abiti stazzonati. Se ti vesti formale e metti un vestito, la cravatta non lasciarla a casa. E Matias Duarte, che sicuramente è un genio della user experience, si è presentato in completo bianco e scarpe bianche. Non ho capito se vestirsi da gelataio fosse una ironica citazione per l’”Ice Cream Sandwich”.

Erano tutti così “excited” di presentare i prodotti, che la passione l’hanno dimenticata a casa: ripetere slogan aziendali e snocciolare frasi fatte imparate a pappagallo ha sgonfiato l’entusiasmo che sono certo queste persone provino davvero, ma che non sono riusciti a trasmettere.

Per il resto, Android 4 pare essere un bel prodotto, finalmente più coerente in tutte le sue parti e con una esperienza di utilizzo più “consistente”. Spero di poterlo provare al più presto.

Tags: mugugni, pipponi, rant, rompiballe.
Generali  mugugni  pipponi  rant  rompiballe.  from google
october 2011 by hanicker
Come farsi benvolere in poche semplici considerazioni
Tutte le volte che sento parlare questi AD di aziende telco, tutti fighi, illuminati, che citano i “manifesti” alla moda, i servizi di condivisione, l’identità digitale e tutte quelle robe lì, subito mi dico “Ah, però”.

Poi ci ripenso, e mi chiedo di che cosa stiamo parlando. Mi chiedo se hanno mai provato a telefonare in incognito al loro call center, se si rendono conto di come gestiscono il rapporto con i loro clienti, se hanno mai provato a far riconoscere un errore di addebito. E mi vengono in mente alcune considerazioni che, vista la mia pigrizia, elencherò in forma di elenco puntato.

“Best effort” è una locuzione che ha un significato tecnico ben preciso (Wikipediatelo), ma l’ho sentito usare con il significato di “il servizio non è garantito, facciamo quello che possiamo e non siamo responsabili se e quando le prestazioni sono sotto la media”. Il che mi potrebbe anche stare bene se, come fatto notare da molti, anche io pagassi il servizio in modo best effort: “questo mese non ce la faccio a pagarti tutta la bolletta, accontentati dell’80%. D’altronde è best effort, no?” e questo porta al caso seguente:
“L’utenza cresce, le infrastrutture costano, dobbiamo per forza filtrare il traffico per il bene della community”. Se le infrastrutture non ce la fanno, smetti di accettare nuovi clienti, offri un buon servizio a quelli che hai, cresci, aumenta le strutture e poi accettane di nuovi. Come un ristorante: quando è pieno ti manda via, non ti fa entrare per farti mangiare in terra prendendo il tuo cibo dai piatti di chi è già seduto. Se il ristoratore è bravo, il locale è sempre pieno e guadagna abbastanza da comprare il locale attiguo e aumentare il numero dei tavoli.
“Siamo acceleratori di produttività”. Compiti per le vacanze: lo studente contatti le aziende che hanno fatto un’attivazione, un trasloco, o hanno avuto un qualche problema tecnico che presupponga una comprensione che vada al di là della lettura di una serie di domande precompilate da parte delle scimmie urlatrici dei call center, poi riveda la locuzione “acceleratori di produttività” alla luce dei dati raccolti.
La maggior parte delle persone (me compreso) non saprebbe indicare marca e modello degli pneumatici della sua auto, ai quali affida la sua vita tutti i giorni; cosa vuoi che gli importi di chi fornisce connettività e voce? Questa storia dell’”aggiungere valore” non sta in piedi: le telco sono commodity, o sono destinate a diventarlo entro poco. Dovrebbero limitarsi a fare bene il loro lavoro, già abbastanza impegnativo di suo, senza cercare di assumere altri ruoli spesso interpretati in modo fallimentare se non fastidioso per l’utente. Come se Bic, Parker o Montblanc pretendessero di “aggiungere valore” a quello che la gente scrive; una volta che una penna funziona, il suo compito è esaurito, non è che “Cent’anni di solitudine” è bello perché scritto con la stilo invece che con la biro, oppure la lista della spesa più efficace perché scritta a matita. Io ho solo una vaga idea di quanto mi costino acqua, gas e energia elettrica, perché devo sapere quanto spendo fino all’ultimo bit? Io non lo voglio sapere, deve essere una cosa trasparente di cui io non mi debba preoccupare; chi mi fornisce la corrente non pretende di “aggiungere valore” ai manicaretti che mia moglie produce col frullatore, né lo fa il fornitore di gas. “Salve! Siamo Mediterranea delle Acque, questo mese lei ha a disposizione 100 litri per lavarsi i piedi, 200 per lo shampoo e 500 per la doccia. Eventuali altri consumi saranno fatturati al costo di 0,6 eurocent/litro salvo altre disposizioni previste da promozioni attive sul suo contratto. L’acqua utilizzata per annaffiare l’orto non rientra nella portata prevista dal contratto in quanto da considerarsi servizio a valore aggiunto.” Ha un senso? Appunto.
“Ma tu usi solo i miei servizi più interessanti per te e meno redditizi per me, che io devo vendere sottocosto, sussidiati da altri della mia offerta”. Intanto, se vendi sottocosto i tuoi servizi più interessanti, fatti delle domande. Poi. Mi stai dicendo che per fornirmi una connettività mobile appena decente devi sfruttare i gonzi e i ragazzini ai quali vendi suonerie e SMS a 1000 volte il loro costo, convincendoli tramite pubblicità ingannevoli interpretate da donne ridotte ad oggetti estetici, attori decotti e calciatori viziati. La situazione si commenta da sola.
“Parli bene tu, ma poi vuoi pagare poco”. No, io non la voglio la tua elemosina scritta in corpo 6 grigio chiaro sul tuo sito su cui è un’impresa solo trovare una pagina che abbia un senso. Io voglio pagare il giusto valore secondo lo SLA che decido essere adatto per me. Scrivi in chiaro i termini di servizio, senza cavilli, senza costi nascosti, indicando i limiti e la natura del servizio, e metti un costo equo che non ti faccia fallire e ti permetta di dare un buon servizio ai clienti (vedi il caso del ristorante).
Sulla questione della proprietà intellettuale sarebbe il caso di glissare con eleganza, ché lo sappiamo tutti qual è il driver maggiore per la banda larga in Italia.
Sono naïf? Sì, lo sono e so di esserlo. Ma è il tuo mestiere, arrangiati. I tempi, le persone, i mercati, i bisogni cambiano. Sei tu che devi adattarti, non il mondo che deve adattarsi a te.

Le cose che ho sentito all’ultima BlogFest sono solo incidentali; le considerazioni valgono per diverse aziende, non solo per quella a cui state pensando.

Tags: rant
Generali  rant  from google
october 2011 by hanicker
Post in cui non capisco un sacco di cose, ma si sa: i genovesi mugugnano sempre
Questa è una schermata, parziale perché sarebbe troppo lunga, delle applicazioni installate nativamente dal produttore su un portatile professionale di fascia medio-alta. (Il fatto che sia Toshiba è puramente incidentale, succede anche con altre marche). Del motivo che spinga un produttore a infarcire così una macchina con programmi perlopiù inutili mi è sempre sfuggito. Questi sono 53 programmi che pesano 1,46 Gigabyte. 53 programmi, lo vorrei ricordare, senza i quali il computer funziona perfettamente, meglio, e con maggiore velocità.

Cominciamo col dire che se il portatile è aziendale e passa dall’IT per la prima configurazione, la maggior parte di questa roba non dura il tempo di un reboot (sempre che il portatile non venga direttamente formattato e reinstallato). Tutte le utility che si sostituiscono a quelle native di Windows che fanno esattamente la stessa cosa non hanno la minima ragione di esistere: sono spesso buggate, più lente, non aggiungono funzionalità, sono più difficili da usare e peggiorano l’esperienza dell’utente che ogni volta deve imparare modi nuovi per fare le stesse cose. Inoltre l’interfaccia non è quasi mai coerente con quella del sistema operativo.

In passato ho avuto modo di chiedere a Microsoft se fosse conscia del problema, e la risposta è stata che la pratica viene scoraggiata ma con poco successo, e non c’è poi molto che loro possano fare. Spesso questi programmi, insieme a driver mal scritti di hardware scadente, sono la vera causa della instabilità e della lentezza del computer, ma la colpa ricade comunque sul sistema operativo. Che non è esente da colpe, intendiamoci, ma non sempre il biasimo è meritato.

Nella quasi totalità dei casi queste macchine vengono fornite con un antivirus che dura qualche settimana e poi richiede l’acquisto di una licenza. Anche in questo caso se il computer è aziendale la manovra è perfettamente inutile per ovvi motivi, per il resto sarei curioso di conoscere il “tasso di conversione” di questa pratica. Io non rappresento certo una base statistica, ma non ho mai conosciuto nessuno che non abbia disinstallato questi prodotti antivirus, spesso pesanti e invadenti, in favore di uno dei tanti prodotti disponibili gratuitamente e di qualità assolutamente adeguata. E qui vorrei aprire una parentesi.

La stessa Microsoft produce un buon antivirus gratuito anche per utilizzo professionale, diversamente dalla maggior parte degli antivirus free. Non ho capito perché qualche genio ha scelto di chiamarlo “Microsoft Security Essential” nascondendolo ai non addetti ai lavori, piuttosto che “Microsoft Free Antivirus” e avere gazzilioni di download. Questo coso è veloce, leggero, e funziona abbastanza bene anche su sistemi operativi anziani e macchine poco performanti. L’ho installato su un AMD Duron di 8 anni fa con Windows XP e non ha battuto ciglio, per dire. Per molti è sconosciuto, probabilmente a causa del suo nome: un’ipotesi che potrei fare riguarda il timore di azioni da parte dell’antitrust o di azioni legali dai competitor.

Altra considerazione sui dischi di ripristino: ho speso centinaia di euro per un portatile, perché mi devo creare da solo i dischi di ripristino, che poi magari mi dimentico o il *tuo* programma funziona male e me li fa farlocchi? Oppure non ho neppure il lettore DVD? Piuttosto fammeli pagare ma dammeli, cosa potranno costarti? 1 euro? 2? Eddai, su! E vale anche per l’Office preinstallato: cosa ti potrà costare un caspita di DVD?

Tralascio le evidenti considerazioni sul confronto della situazione Apple vs. Microsoft, mi viene solo da sorridere al pensiero di un Mac pieno di applicazioni e utility analoghe a queste, o un iPad venduto con 6 schermate di applicazioni inutili aggiunte da un rivenditore.

Quello che penso è che in molti casi il comportamente dei produttori sia deleterio per i loro stessi prodotti: è abbastanza evidente che l’hardware stia diventando una commodity, e alle persone interessa poco (giustamente) della sigla del processore che sta usando o dell’ultimo tecnicismo sul prefetch della cache. Come sempre, pochi vogliono un trapano a 12 velocità con mandrino automatico a percussione ma tutti vogliono un buco nel muro: alla fine quello che fa davvero la differenza è il software e l’interfaccia utente. La virtualizzazione dei server rimuove il problema alla radice, e questi goffi tentativi di differenziarsi dai competitor danno più fastidi che altro. Tra qualche anno molti di questi PC saranno utilizzati solo con programmi e dati residenti online, nella cloud, e temo che la cosa spaventi parecchie aziende abituate a produrre “ferro” con logiche molto diverse.

Tags: rant, Tecnica
Generali  rant  Tecnica  from google
march 2011 by hanicker

Copy this bookmark:



description:


tags: