abeggi + mio_figlio_è_speciale 2
Letterina a mio figlio
may 2009 by abeggi
Ciao Alexander,
chissà, magari quando sarai grande avrai modo di leggere tutto quello che la tua mamma ha scritto di te, e ci farai una grossa risata. Spero.
Son quasi cinque anni e mezzo che sei entrato nella mia vita, e ancora non mi hai chiamata mamma, ma non è un problema.
Ci sono giorni che ti mangerei di coccole e baci, altri che ti asfalterei ad un blocco di cemento e ti butterei in mare, ma credo questa sia la vita, no? Anch’io, d’altra parte, devo starti spesso e volentieri sui coglioni, pretenziosa come sono nei tuoi confronti.
Mi capita di sentirmi in una barca senza timone, con te. Risento di ogni tua corrente senza poter far nulla, se non arginare al meglio le tue onde, Alex. Non capisco se mi vuoi parlare e non riesci, o se non puoi. E ciò che mi distrugge è che questa cosa non la sanno nemmeno i dottori. Mi si spezza il cuore, quando la sera cantiamo “Nella vecchia fattoria” con Chiara, e tu tenti di fare qualche verso, di spiccicare qualche sillaba, ma non riesci, ti rabbui, ti arrabbi con te stesso e piangi. In quei momenti vorrei cederti la mia, di voce. Vorrei non cantare più, non parlare più, tanto ormai so scrivere, e quello che dovevo dire l’ho detto. Chissà se un giorno faremo come fanno tutti, un bel discorso, una lite, una storia raccontata sotto un albero all’ombra, e rideremo dei nostri errori, delle nostre battute, delle nostre scorribande, Alex… Ci son momenti in cui questo mi sembra una cosa irraggiungibile, un’utopia. Giorni in cui la mia speranza un po’ vacilla, finchè mi scavo dentro e ne trovo ancora un po’ da dare a te.
Quasi mi sento in colpa, a far parlare Chiara, ad insegnarle nuove parole, nuove canzoncine, e lo faccio mentre tu sei a scuola, nella mia pausa pranzo, per non farti sentire a disagio.
Capisco che per te è dura, difficile, ma io ho una fiducia pazzesca, ho visto quello che hai potuto fare in un anno, e secondo me tu potresti anche andare sulla luna con tutta la volontà che hai. Quando mi urli “bu!bu!” dal sedile dietro della macchina e mi fai il gesto di “buono” perchè vuoi una caramella, beh, a me si apre il cuore, perchè questa è stata la tua prima “richiesta verbale” e i medici sono stracontenti.
Perciò amore, vai avanti così. dì quello che ti viene in mente, ma parla. La tua è una voce bellissima, e la tua mamma scoppia di gioia quando la sente, tu lo sai. Stai tranquillo, qualsiasi sia la cosa che vorrai dire per prima, io sarò lì con te. E se in quel momento sarà un bestemmione rivolto a suor Scassamaroni, beh, io smoccolerò con te
Alexander
Mio_figlio_è_speciale
from google
chissà, magari quando sarai grande avrai modo di leggere tutto quello che la tua mamma ha scritto di te, e ci farai una grossa risata. Spero.
Son quasi cinque anni e mezzo che sei entrato nella mia vita, e ancora non mi hai chiamata mamma, ma non è un problema.
Ci sono giorni che ti mangerei di coccole e baci, altri che ti asfalterei ad un blocco di cemento e ti butterei in mare, ma credo questa sia la vita, no? Anch’io, d’altra parte, devo starti spesso e volentieri sui coglioni, pretenziosa come sono nei tuoi confronti.
Mi capita di sentirmi in una barca senza timone, con te. Risento di ogni tua corrente senza poter far nulla, se non arginare al meglio le tue onde, Alex. Non capisco se mi vuoi parlare e non riesci, o se non puoi. E ciò che mi distrugge è che questa cosa non la sanno nemmeno i dottori. Mi si spezza il cuore, quando la sera cantiamo “Nella vecchia fattoria” con Chiara, e tu tenti di fare qualche verso, di spiccicare qualche sillaba, ma non riesci, ti rabbui, ti arrabbi con te stesso e piangi. In quei momenti vorrei cederti la mia, di voce. Vorrei non cantare più, non parlare più, tanto ormai so scrivere, e quello che dovevo dire l’ho detto. Chissà se un giorno faremo come fanno tutti, un bel discorso, una lite, una storia raccontata sotto un albero all’ombra, e rideremo dei nostri errori, delle nostre battute, delle nostre scorribande, Alex… Ci son momenti in cui questo mi sembra una cosa irraggiungibile, un’utopia. Giorni in cui la mia speranza un po’ vacilla, finchè mi scavo dentro e ne trovo ancora un po’ da dare a te.
Quasi mi sento in colpa, a far parlare Chiara, ad insegnarle nuove parole, nuove canzoncine, e lo faccio mentre tu sei a scuola, nella mia pausa pranzo, per non farti sentire a disagio.
Capisco che per te è dura, difficile, ma io ho una fiducia pazzesca, ho visto quello che hai potuto fare in un anno, e secondo me tu potresti anche andare sulla luna con tutta la volontà che hai. Quando mi urli “bu!bu!” dal sedile dietro della macchina e mi fai il gesto di “buono” perchè vuoi una caramella, beh, a me si apre il cuore, perchè questa è stata la tua prima “richiesta verbale” e i medici sono stracontenti.
Perciò amore, vai avanti così. dì quello che ti viene in mente, ma parla. La tua è una voce bellissima, e la tua mamma scoppia di gioia quando la sente, tu lo sai. Stai tranquillo, qualsiasi sia la cosa che vorrai dire per prima, io sarò lì con te. E se in quel momento sarà un bestemmione rivolto a suor Scassamaroni, beh, io smoccolerò con te
may 2009 by abeggi
Il mio segreto
august 2008 by abeggi
Era da molto che ne volevo parlare, che parlare fa bene.
Ecco, questo è il mio segreto. Un post triste, lungo, che forse farà pensare o forse no. Era tempo di parlare.
Parlare, scrivere, comunicare, esorcizzare.
Quando qualcuno mi fece notare che era strano, beh, ho pensato che dovesse farsi tre quintali di cazzi suoi. Il figlio era mio, non parlava però faceva un sacco di cose che gli altri della sua età non facevano. Sì, certo, ogni tanto aveva crisi di rabbia, ma quante ne vediamo solo nelle corsie dell’Esselunga per un pacchetto di patatine non comprate? Vero, ho dovuto cambiare il divano perchè me lo ha divelto a morsi, ma aveva una tonsillite gravissima dopo l’altra, e non saperlo comunicare immagino lo portasse a una estrema frustrazione.
Al nido poi nessuno mi disse nulla, era un bambino un po’ pigro, decisamente testardo e avverso alle regole, giocava da solo e interagiva poco con gli altri.
Mio figlio, il mio primogenito, il piccolo uomo di casa.
Oggettivamente, mio figlio è bellissimo. Anche il suo agente lo ha sempre detto, bello ed estremamente fotogenico. Però non lo si poteva più portare fuori nemmeno a mangiare una pizza: non lo si riusciva a tenere seduto. E sì che da bambino era così bravo… fino a un anno e mezzo era la gioia di ristoratori e gestori di bar, così calmo, così sorridente.
Io non so cosa successe, se era sempre stato così, se qualcosa lo ha scatenato.
A un certo punto ho deciso di far visitare mio figlio da un neuropsichiatra. Ed è cominciato il mio tunnel.
Le parole erano strane, “Disturbo generalizzato dello sviluppo, non altrimenti specificato”, necessita ulteriori osservazioni, necessita psicomotricità, necessita…
Il 14 febbraio, mentre milioni di coppiette festeggiavano con cuoricini e cioccolato, io portavo mio figlio davanti ad una commissione ASL, che lo dichiarava portatore di handicap e sanciva la definitiva diagnosi: autismo.
Già. Mio figlio, quel bellissimo bambino sorridente è autistico.
Nell’ultimo anno io mi sono logorata, uccisa di fatica, ma lui è migliorato tantissimo.
Non parla, non dice ne sì, ne no. Non mi ha mai chiamata mamma. Però sta imparando a vivere in società, ha degli amici (soprattutto delle amiche) e adora quel fagotto di sua sorella, a cui elargisce gli abbracci e i sorrisi più belli del mondo. Possiamo portarlo tranquillamente a vedere un parco, o a mangiare qualcosa, sa rispettare i limiti e sta imparando a gioire delle cose che lo circondano.
A quattro anni e mezzo son riuscita giusto due settimane fa a togliergli il pannolino. Ora è felice ed orgoglioso di fare qualcosa da “grande” o forse è solo felice perchè quando fa “quella cosa lì” mamma gli fa una marea di complimenti.
Credo nessuno, nemmeno chi mi sta vicino, capisca quello che ho passato e che continuo a passare ogni singolo attimo della mia vita.
Di notte mi rifugio a leggere, documentarmi, a cercare se qualcuno in qualche recondito angolo di mondo sta trovando una cura, qualcosa che gli restituisca ciò che questa malattia di merda gli ha tolto. La possibilità di comunicare, di dirmi ciò che prova, di parlare con gli altri bambini, con sua sorella, di mandare affanculo chi so io… darei tutto quello che ho per poter curare e far uscire mio figlio dal suo guscio.
Ho davanti un cammino lungo, e senza esito certo. “E’ molto probabile che parlerà, e che riesca forse, in un futuro, ad integrarsi in società.”
Quello che non ti dicono è che la tua vita finisce, comincia il tuo calvario.
Non ti interessa più di nulla, se hai la cellulite o se necessiti di un parrucchiere. Ogni singolo pensiero è in funzione sua. Ogni timore, ogni attimo, ogni scelta, ogni paura. Paura, sì, che l’autismo è genetico e l’incidenza tra fratelli è altissima.
Parlare, scrivere, comunicare, esorcizzare.
Mio_figlio_è_speciale
amici
bambini
Chiara
figli
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Ecco, questo è il mio segreto. Un post triste, lungo, che forse farà pensare o forse no. Era tempo di parlare.
Parlare, scrivere, comunicare, esorcizzare.
Quando qualcuno mi fece notare che era strano, beh, ho pensato che dovesse farsi tre quintali di cazzi suoi. Il figlio era mio, non parlava però faceva un sacco di cose che gli altri della sua età non facevano. Sì, certo, ogni tanto aveva crisi di rabbia, ma quante ne vediamo solo nelle corsie dell’Esselunga per un pacchetto di patatine non comprate? Vero, ho dovuto cambiare il divano perchè me lo ha divelto a morsi, ma aveva una tonsillite gravissima dopo l’altra, e non saperlo comunicare immagino lo portasse a una estrema frustrazione.
Al nido poi nessuno mi disse nulla, era un bambino un po’ pigro, decisamente testardo e avverso alle regole, giocava da solo e interagiva poco con gli altri.
Mio figlio, il mio primogenito, il piccolo uomo di casa.
Oggettivamente, mio figlio è bellissimo. Anche il suo agente lo ha sempre detto, bello ed estremamente fotogenico. Però non lo si poteva più portare fuori nemmeno a mangiare una pizza: non lo si riusciva a tenere seduto. E sì che da bambino era così bravo… fino a un anno e mezzo era la gioia di ristoratori e gestori di bar, così calmo, così sorridente.
Io non so cosa successe, se era sempre stato così, se qualcosa lo ha scatenato.
A un certo punto ho deciso di far visitare mio figlio da un neuropsichiatra. Ed è cominciato il mio tunnel.
Le parole erano strane, “Disturbo generalizzato dello sviluppo, non altrimenti specificato”, necessita ulteriori osservazioni, necessita psicomotricità, necessita…
Il 14 febbraio, mentre milioni di coppiette festeggiavano con cuoricini e cioccolato, io portavo mio figlio davanti ad una commissione ASL, che lo dichiarava portatore di handicap e sanciva la definitiva diagnosi: autismo.
Già. Mio figlio, quel bellissimo bambino sorridente è autistico.
Nell’ultimo anno io mi sono logorata, uccisa di fatica, ma lui è migliorato tantissimo.
Non parla, non dice ne sì, ne no. Non mi ha mai chiamata mamma. Però sta imparando a vivere in società, ha degli amici (soprattutto delle amiche) e adora quel fagotto di sua sorella, a cui elargisce gli abbracci e i sorrisi più belli del mondo. Possiamo portarlo tranquillamente a vedere un parco, o a mangiare qualcosa, sa rispettare i limiti e sta imparando a gioire delle cose che lo circondano.
A quattro anni e mezzo son riuscita giusto due settimane fa a togliergli il pannolino. Ora è felice ed orgoglioso di fare qualcosa da “grande” o forse è solo felice perchè quando fa “quella cosa lì” mamma gli fa una marea di complimenti.
Credo nessuno, nemmeno chi mi sta vicino, capisca quello che ho passato e che continuo a passare ogni singolo attimo della mia vita.
Di notte mi rifugio a leggere, documentarmi, a cercare se qualcuno in qualche recondito angolo di mondo sta trovando una cura, qualcosa che gli restituisca ciò che questa malattia di merda gli ha tolto. La possibilità di comunicare, di dirmi ciò che prova, di parlare con gli altri bambini, con sua sorella, di mandare affanculo chi so io… darei tutto quello che ho per poter curare e far uscire mio figlio dal suo guscio.
Ho davanti un cammino lungo, e senza esito certo. “E’ molto probabile che parlerà, e che riesca forse, in un futuro, ad integrarsi in società.”
Quello che non ti dicono è che la tua vita finisce, comincia il tuo calvario.
Non ti interessa più di nulla, se hai la cellulite o se necessiti di un parrucchiere. Ogni singolo pensiero è in funzione sua. Ogni timore, ogni attimo, ogni scelta, ogni paura. Paura, sì, che l’autismo è genetico e l’incidenza tra fratelli è altissima.
Parlare, scrivere, comunicare, esorcizzare.
august 2008 by abeggi
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