Dear Foursquare, Gowalla: Please Let’s Stop Pretending This Is Fun
november 2010 by abeggi
It’s a bad month to be Foursquare or Gowalla. Ten days ago, 900-pound gorilla Facebook announced Facebook Deals for Facebook Places (i,e., location-based coupons) and check-ins for third-party apps. A day later, Pew Research reported that, despite all the hype, the use of location-based services is actually declining in America, from 5% of the online population in May to 4% last month. Forget the fabled hockey stick; that’s more like a broken pencil.
Why? Because they’re not giving us any good reason to use them. Look at their web sites. Gowalla proclaims, “Discover the extraordinary in the world around you.” Foursquare says, “Unlock your city.” To which I say: “Oh, come on“ — and it seems I speak for approximately 96% (formerly 95%) of the population. I have no interest in enlisting in a virtual scavenger hunt, or unlocking merit badges — what is this, the Cub Scouts? — or becoming the narcissistic “Mayor” of my local coffee shop. Thanks for the offer, but I’m afraid I already have some semblance of a life.
I do want to keep up with my friends, and (sometimes) let them know where I am. But if you’re competing with Facebook in social networking and your name isn’t Twitter or Google, I’m sorry, but I don’t like your chances.
Don’t get me wrong. Foursquare and Gowalla have done really well building ecosystems that attract early adopters. Unfortunately, the evidence indicates that they only attract early adopters. If they want to reach the majority who don’t care about making it to Mayor, they need to abandon their pretense of fun, stop pussyfooting around with silly slogans, and make their value proposition stark, simple, and profoundly unsexy: “Check in and get coupons.”
Look at Groupon. Do they have a cutesy motto? No, they just have the fastest growing company ever. Location-based services can and will be at least as big. But they need to make it clear that what you get is the ability to announce I’m downtown, I’m hungry, and I don’t know what I want to eat! or I need to buy a Kris Kringle gift, and I don’t much care where! – and then sit back and watch the discounts roll in.
It’s true that location-based games will eventually be huge, too, but such games imply interaction with friends. By the time they really take off, Facebook will own the mobile social graph, and direct competition will be disastrously dumb.
Location-based discounts, however, have little to do with social networking. That makes them a poor fit for Facebook — and hence still an opportunity for Foursquare and Gowalla. But if they don’t move fast to make it clear that that’s what they do, Shopkick is going to leave them eating dust.
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Why? Because they’re not giving us any good reason to use them. Look at their web sites. Gowalla proclaims, “Discover the extraordinary in the world around you.” Foursquare says, “Unlock your city.” To which I say: “Oh, come on“ — and it seems I speak for approximately 96% (formerly 95%) of the population. I have no interest in enlisting in a virtual scavenger hunt, or unlocking merit badges — what is this, the Cub Scouts? — or becoming the narcissistic “Mayor” of my local coffee shop. Thanks for the offer, but I’m afraid I already have some semblance of a life.
I do want to keep up with my friends, and (sometimes) let them know where I am. But if you’re competing with Facebook in social networking and your name isn’t Twitter or Google, I’m sorry, but I don’t like your chances.
Don’t get me wrong. Foursquare and Gowalla have done really well building ecosystems that attract early adopters. Unfortunately, the evidence indicates that they only attract early adopters. If they want to reach the majority who don’t care about making it to Mayor, they need to abandon their pretense of fun, stop pussyfooting around with silly slogans, and make their value proposition stark, simple, and profoundly unsexy: “Check in and get coupons.”
Look at Groupon. Do they have a cutesy motto? No, they just have the fastest growing company ever. Location-based services can and will be at least as big. But they need to make it clear that what you get is the ability to announce I’m downtown, I’m hungry, and I don’t know what I want to eat! or I need to buy a Kris Kringle gift, and I don’t much care where! – and then sit back and watch the discounts roll in.
It’s true that location-based games will eventually be huge, too, but such games imply interaction with friends. By the time they really take off, Facebook will own the mobile social graph, and direct competition will be disastrously dumb.
Location-based discounts, however, have little to do with social networking. That makes them a poor fit for Facebook — and hence still an opportunity for Foursquare and Gowalla. But if they don’t move fast to make it clear that that’s what they do, Shopkick is going to leave them eating dust.
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november 2010 by abeggi
POST DI SERVIZIO
october 2010 by abeggi
Solo per segnalare uno strano caso di plagio occorsomi di recente: esiste un tale di nome Andrea Fossati. Questo tale di nome Andrea Fossati ha una pagina come “scrittore” sul social network del momento, Facebook. In questa pagina, il Fossati, di nome Andrea, pubblica e vende come suo un post di questo blog, un post dunque mio. Il post in questione, dal titolo l’esecuzione, è stato rinominato dal Fossati Andrea “confessioni di una mente malata alle ore 00.13″, come mostra il documento.
Venuta a conoscenza del malefatto, ho comunicato direttamente sulla suddetta pagina di scrittore del suddetto Andrea Fossati lo spiacevole equivoco, ottenendo in risposta la cancellazione del mio appunto e una limitazione a futuri accessi alla pagina incriminata.
Peccato. Mi piaceva il suo modo di scrivere così identico al mio.
Ciao, caro scrittore, Andrea Fossati.
Confessioni di una mente malata alle ore 00.13
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Venuta a conoscenza del malefatto, ho comunicato direttamente sulla suddetta pagina di scrittore del suddetto Andrea Fossati lo spiacevole equivoco, ottenendo in risposta la cancellazione del mio appunto e una limitazione a futuri accessi alla pagina incriminata.
Peccato. Mi piaceva il suo modo di scrivere così identico al mio.
Ciao, caro scrittore, Andrea Fossati.
Confessioni di una mente malata alle ore 00.13
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october 2010 by abeggi
I difetti di Facebook
august 2010 by abeggi
Nell’ultimo paio di mesi ho giocato con Facebook un po’ più del solito, col desiderio di mettere a fuoco oltre agli innegabili motivi di interesse (un contenitore sociale da 500 milioni di persone è interessante per definizione) anche i motivi per cui questo social network continua a essermi spesso, nonostante tutto, indigesto. Naturalmente l’ho osservato con gli occhi di chi è già abituato alla condivisione e all’espressione online, immagino che questo vizi in partenza lo sguardo. Un po’ per volta sto cominciando a dare il nome ad alcune sensazioni che mi mettono spesso a disagio. Nulla di tale, per ora, solo appunti in corso d’opera e che condivido nel caso qualcuno avesse da aggiungere o ribattere.
Facebook non ha memoria. Non ha il valore della memoria, l’interesse di conservarla e valorizzarla. Puoi scorrere e scorrere e scorrere i contenuti di una bacheca, ma il contenitore è fatto sostanzialmente per il qui e ora. Premia e valorizza in modo eccellente la socialità d’istinto, scoraggia la conoscenza profonda. Se vuoi ritrovare un contenuto di qualche settimana o mese prima non hai che da scorrere per ore, nessuna scorciatoia ti assiste. Lo stesso motore di ricerca interno è più focalizzato sul reperimento di persone, piuttosto che di contenuti, e ha ampie zone di ombra che non sembrano nemmeno indicizzate). Questo è interessante, perché al contrario delle forme di socialità digitale preesistenti (nei blog, ma anche in molti social network ancora popolari) sulla memoria si fondano, per esempio, l’identità e la reputazione. Facebook favorisce come nessuna comunità web in precedenza l’uso del nome e cognome, ma non la costruzione di una storia pubblica e condivisa dei suoi utenti.
Facebook regge a fatica la scalabilità dei gruppi sociali. Benché faccia notizia soprattutto per gli alti numeri di aderenti a cause comuni di ogni genere, più il numero di partecipanti a un gruppo, a una pagina o a un profilo personale diventa elevato, più facile è perdere il filo (anche in virtù di quanto detto a proposito sulla memoria). Maggiore è la partecipazione, più difficile è che ci sia un reale confronto e una possibilità di sintesi. Anche nei gruppi di protesta più nutriti le persone parlano spesso da sole o in gruppetti molto ristretti, come se effettivamente si trovassero per strada durante una manifestazione di massa. Facebook è adeguato per gruppi contenuti oppure gruppi ampi ma composti da persone molto ben educate all’espressione in spazi sociali digitali (e dunque sintetiche, rispettose del contesto e sensibili allo scopo, prima ancora che all’espressione di sé). Più spesso, Facebook incoraggia le leadership e la creazione verticale del consenso, facendo fare al web reticolare un passo indietro verso la gerarchia.
Facebook costringe chi lo usa ad adeguarsi alla sua logica. Vale per tutti i social software, ma nel caso di Facebook si tratta di una logica particolarmente rigida e macchinosa. Quasi nulla si può trasformare: puoi creare oppure cancellare, non riusare, trasferire, evolvere. Se apri un “profilo” senza sapere che associazioni o aziende o marchi dovrebbero usare lo spazio “pagina”, se hai raggiunto il limite massimo di contatti, se la natura del tuo spazio s’è evoluta, puoi solo adeguarti ai limiti imposti dal servizio oppure ricominciare tutto da capo. Ricominciare da capo significa però ricostruire da zero la rete sociale, che è un po’ come cambiare acquario dovendolo riempire con un bicchierino da liquore. Oppure mantenere due o più acquari contemporaneamente. Non c’è un modello di base con una serie di etichette interscambiabili, ci sono invece percorsi obbligati pensati su entità generiche e standardizzate, che non aderiscono quasi mai con le peculiarità del caso specifico e che una volta imboccati non possono essere più rimessi in discussione. Sono scelte legittime di gestione del servizio ed evidentemente sono scelte che non turbano buona parte dei milioni di iscritti. Eppure l’ipertesto sociale ci ha abituati ad avere sempre una via d’uscita, mentre navigando in Facebook si ha spesso l’impressione di imbattersi in vicoli ciechi.
Facebook si spiega male. Le poche impostazioni che un iscritto può adeguare ai propri desideri (i famigerati controlli sulla visibilità dei contenuti e sulla privacy delle informazioni condivise, per esempio) sono quanto di più macchinoso, non univoco e inusabile si sia visto sul pianeta social networking, nonostante ci abbiano rimesso le mani più volte. Benché tu faccia scelte consapevoli, una volta chiusa la pagina ad hoc sei già lì che ti chiedi in fin dei conti chi può vedere che cosa tra i tuoi amici, gli amici dei tuoi amici e il resto del mondo. E anche quando credi di aver adeguato tutto al tuo personale stile di condivisione, scopri che una certa tua foto non si vede perché è sì un’immagine, ma caricata dal cellulare e dunque appartiene a un sottoramo di scelte a cui non avevi prestato sufficiente attenzione. Il pannello di controllo delle personalizzazioni è disperso in almeno tre ambiti differenti: non so voi, ma io comincio sempre dal link sbagliato. Penso spesso di non essere completamente in target rispetto alle aspettative ideali di Facebook, eppure mi chiedo quanti si sentano effettivamente a loro agio con i controlli (e con la disposizione dei controlli) che questa piattaforma mette a disposizione.
Post scriptum. Curiosa coincidenza, nel momento in cui ho terminato di scrivere questo testo l’aggregatore mi ha proposto quest’articolo, Perché Facebook non ci piace, dal quale emerge che Facebook è sì popolarissimo, ma è considerato al tempo stesso una piattaforma poco soddisfacente. Mi sembra un segnale interessante. Il punto per me resta, tuttavia, non tanto capire se Facebook ci piaccia o meno, ma perché e in quale misura Facebook sia differente dai social media che l’hanno preceduto, perché ottenga tanto successo (oltre al motivo più scontato: ha superato la massa critica, ci sono le persone, le persone vanno dove trovano altre persone) e quali conseguenze tutto ciò comporti sulla costruzione e sull’evoluzione della nostra socialità online.
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Facebook non ha memoria. Non ha il valore della memoria, l’interesse di conservarla e valorizzarla. Puoi scorrere e scorrere e scorrere i contenuti di una bacheca, ma il contenitore è fatto sostanzialmente per il qui e ora. Premia e valorizza in modo eccellente la socialità d’istinto, scoraggia la conoscenza profonda. Se vuoi ritrovare un contenuto di qualche settimana o mese prima non hai che da scorrere per ore, nessuna scorciatoia ti assiste. Lo stesso motore di ricerca interno è più focalizzato sul reperimento di persone, piuttosto che di contenuti, e ha ampie zone di ombra che non sembrano nemmeno indicizzate). Questo è interessante, perché al contrario delle forme di socialità digitale preesistenti (nei blog, ma anche in molti social network ancora popolari) sulla memoria si fondano, per esempio, l’identità e la reputazione. Facebook favorisce come nessuna comunità web in precedenza l’uso del nome e cognome, ma non la costruzione di una storia pubblica e condivisa dei suoi utenti.
Facebook regge a fatica la scalabilità dei gruppi sociali. Benché faccia notizia soprattutto per gli alti numeri di aderenti a cause comuni di ogni genere, più il numero di partecipanti a un gruppo, a una pagina o a un profilo personale diventa elevato, più facile è perdere il filo (anche in virtù di quanto detto a proposito sulla memoria). Maggiore è la partecipazione, più difficile è che ci sia un reale confronto e una possibilità di sintesi. Anche nei gruppi di protesta più nutriti le persone parlano spesso da sole o in gruppetti molto ristretti, come se effettivamente si trovassero per strada durante una manifestazione di massa. Facebook è adeguato per gruppi contenuti oppure gruppi ampi ma composti da persone molto ben educate all’espressione in spazi sociali digitali (e dunque sintetiche, rispettose del contesto e sensibili allo scopo, prima ancora che all’espressione di sé). Più spesso, Facebook incoraggia le leadership e la creazione verticale del consenso, facendo fare al web reticolare un passo indietro verso la gerarchia.
Facebook costringe chi lo usa ad adeguarsi alla sua logica. Vale per tutti i social software, ma nel caso di Facebook si tratta di una logica particolarmente rigida e macchinosa. Quasi nulla si può trasformare: puoi creare oppure cancellare, non riusare, trasferire, evolvere. Se apri un “profilo” senza sapere che associazioni o aziende o marchi dovrebbero usare lo spazio “pagina”, se hai raggiunto il limite massimo di contatti, se la natura del tuo spazio s’è evoluta, puoi solo adeguarti ai limiti imposti dal servizio oppure ricominciare tutto da capo. Ricominciare da capo significa però ricostruire da zero la rete sociale, che è un po’ come cambiare acquario dovendolo riempire con un bicchierino da liquore. Oppure mantenere due o più acquari contemporaneamente. Non c’è un modello di base con una serie di etichette interscambiabili, ci sono invece percorsi obbligati pensati su entità generiche e standardizzate, che non aderiscono quasi mai con le peculiarità del caso specifico e che una volta imboccati non possono essere più rimessi in discussione. Sono scelte legittime di gestione del servizio ed evidentemente sono scelte che non turbano buona parte dei milioni di iscritti. Eppure l’ipertesto sociale ci ha abituati ad avere sempre una via d’uscita, mentre navigando in Facebook si ha spesso l’impressione di imbattersi in vicoli ciechi.
Facebook si spiega male. Le poche impostazioni che un iscritto può adeguare ai propri desideri (i famigerati controlli sulla visibilità dei contenuti e sulla privacy delle informazioni condivise, per esempio) sono quanto di più macchinoso, non univoco e inusabile si sia visto sul pianeta social networking, nonostante ci abbiano rimesso le mani più volte. Benché tu faccia scelte consapevoli, una volta chiusa la pagina ad hoc sei già lì che ti chiedi in fin dei conti chi può vedere che cosa tra i tuoi amici, gli amici dei tuoi amici e il resto del mondo. E anche quando credi di aver adeguato tutto al tuo personale stile di condivisione, scopri che una certa tua foto non si vede perché è sì un’immagine, ma caricata dal cellulare e dunque appartiene a un sottoramo di scelte a cui non avevi prestato sufficiente attenzione. Il pannello di controllo delle personalizzazioni è disperso in almeno tre ambiti differenti: non so voi, ma io comincio sempre dal link sbagliato. Penso spesso di non essere completamente in target rispetto alle aspettative ideali di Facebook, eppure mi chiedo quanti si sentano effettivamente a loro agio con i controlli (e con la disposizione dei controlli) che questa piattaforma mette a disposizione.
Post scriptum. Curiosa coincidenza, nel momento in cui ho terminato di scrivere questo testo l’aggregatore mi ha proposto quest’articolo, Perché Facebook non ci piace, dal quale emerge che Facebook è sì popolarissimo, ma è considerato al tempo stesso una piattaforma poco soddisfacente. Mi sembra un segnale interessante. Il punto per me resta, tuttavia, non tanto capire se Facebook ci piaccia o meno, ma perché e in quale misura Facebook sia differente dai social media che l’hanno preceduto, perché ottenga tanto successo (oltre al motivo più scontato: ha superato la massa critica, ci sono le persone, le persone vanno dove trovano altre persone) e quali conseguenze tutto ciò comporti sulla costruzione e sull’evoluzione della nostra socialità online.
august 2010 by abeggi
irromantica
june 2009 by abeggi
(Corollario al precedente post)
Che una mia amica su Facebook ha rimosso dal suo status “sposata” e mi ha messo una gran tristezza dentro.
Che stamattina ho rivisto in metro quel bel tizio (incravattato, ma non si può avere tutto nella vita) e per quattro fermate siamo stati fidanzati.
Che il vecchino a cui ho ceduto il posto a sedere mi ha fatto un sorriso sdentato (ma sincero) ed è stato il nostro testimone in prima fila.
Che il libro dei canti in mano agli ospiti è stato una copia di City.
Che la voce in filodiffusione della metro ha scandito la nostra promessa (”Lodi, fermata Lodi”)
Che le barre cilindriche gialle di sostegno sono state le nostre fedi nuziali.
Che ci siamo baciati con lo sguardo.
Che il bimbo sulla carrozzina ha battuto entusiasta le manine.
Che tutto il vagone ha ballato con un braccio alzato alla nostra festa, dondolando.
Che i confetti sono stati le cuffiette bianche degli ipod, le preghiere sussurri labiali.
Che una volta all’aperto il sole mi ha lanciato chicchi di luce.
Che mi sono protetta avvolgendomi nel velo di un filo di fumo.
Che in piazza Duomo in mezzo alla fiumana delle nove del mattino sono tornata single.
Listening to “The Secret Marriage” Sting
checccasino
pensierosa
Duomo
facebook
metro
milano
nozze
sguardo
single
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Che una mia amica su Facebook ha rimosso dal suo status “sposata” e mi ha messo una gran tristezza dentro.
Che stamattina ho rivisto in metro quel bel tizio (incravattato, ma non si può avere tutto nella vita) e per quattro fermate siamo stati fidanzati.
Che il vecchino a cui ho ceduto il posto a sedere mi ha fatto un sorriso sdentato (ma sincero) ed è stato il nostro testimone in prima fila.
Che il libro dei canti in mano agli ospiti è stato una copia di City.
Che la voce in filodiffusione della metro ha scandito la nostra promessa (”Lodi, fermata Lodi”)
Che le barre cilindriche gialle di sostegno sono state le nostre fedi nuziali.
Che ci siamo baciati con lo sguardo.
Che il bimbo sulla carrozzina ha battuto entusiasta le manine.
Che tutto il vagone ha ballato con un braccio alzato alla nostra festa, dondolando.
Che i confetti sono stati le cuffiette bianche degli ipod, le preghiere sussurri labiali.
Che una volta all’aperto il sole mi ha lanciato chicchi di luce.
Che mi sono protetta avvolgendomi nel velo di un filo di fumo.
Che in piazza Duomo in mezzo alla fiumana delle nove del mattino sono tornata single.
Listening to “The Secret Marriage” Sting
june 2009 by abeggi
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