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YT-Audio: Audio Hosting From YouTube in WordPress | American in Spain
I'm a huge fan of the Audio Player plugin for Wordpress that lets you embed a flash player for a single MP3 file in a blog post. The problem is that you have
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october 2011
Un informatico fa la differenza | Mind SPA blog
L'informatica sta alla tecnologia come il sesso alla masturbazione. Come un informatico nella stanza dei bottoni mette fine con naturalezza a una querelle ventennale e dà nuova linfa all'idea di società dell'informazione.
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october 2011
the understatement: Android Orphans: Visualizing a Sad History of Support
Android Orphans: Visualizing a Sad History of Support The announcement that Nexus One users won’t be getting upgraded to Android 4.0 Ice Cream Sandwich led some to justifiably question Google’s...
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october 2011
There I Fixed It: Which One is the ‘WEP key’?
See more clever and not-so-clever kludges and creative DIY fixes on There I Fixed It!
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october 2011
Geeks
 

 

Updated: Typo fixed. Thanks to all!
 

 

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october 2011
Steve Jobs Succumbs to Alternative Medicine
I’m sad that today I’m adding a slide to one of my live presentations, adding Steve Jobs to the list of famous people who died treating terminal diseases with woo rather than with medicine.

Seven or eight years ago, the news broke that Steve Jobs had been diagnosed with pancreatic cancer, but considering it a private matter, he delayed in informing Apple’s board, and Apple’s board delayed in informing the shareholders. So what. The only delay that really mattered was that Steve, it turned out, had been treating his pancreatic cancer with a special diet [UPDATE] prescribed by the alternative medicine promoter Dr. Dean Ornish.

Most pancreatic cancers are aggressive and always terminal, but Steve was lucky (if you can call it that) and had a rare form called an islet cell neuroendocrine tumor, which is actually quite treatable with excellent survival rates — if caught soon enough. The median survival is about a decade, but it depends on how soon it’s removed surgically. Steve caught his very early, and should have expected to survive much longer than a decade. Unfortunately Steve relied on a diet instead of early surgery. There is no evidence that diet has any effect on islet cell carcinoma. As he dieted for nine months, the tumor progressed, and took him from the high end to the low end of the survival rate.

Why did he do this? Well, outsiders like us can’t know; but many who avoid medical treatment in favor of unproven alternatives do so because they’ve been given bad information, without the tools or expertise to discriminate good from bad. Steve was exposed to such bad information, as are we all.

Eventually it became clear to all involved that his alternative therapy wasn’t working, and from then on, by all accounts, Steve aggressively threw money at the best that medical science could offer. But it was too late. He had a Whipple procedure. He had a liver transplant. And then he died, all too young.

My whole family loves Apple devices. Steve made our lives better, and I think I can say that pragmatically and without any Apple heroin in my veins. Not only that, he created my profession.

His lifelong friend Bill Gates tweeted:

For those of us lucky enough to get to work with Steve, it’s been an insanely great honor. I will miss Steve immensely. b-gat.es/qHXDsU

I saw another tweet today from @DamonLindelof that I thought was beautifully worded:

Steve Jobs. On behalf of every dreamer sitting in his or her garage who is crazy enough to try to change the world, you will be missed.

We can’t say for sure that Steve would still be alive and making lives better were it not for the alternative therapy, but the statistics suggest it very strongly. If you insist on unproven therapies, fine; but also try the proven ones. Nobody likes to either write or read a post such as this one.
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october 2011
Chi uccide l’auto elettrica
Tutte le case automobilistiche mondiali sono impegnate in percorsi ecologici, molti dei quali includono lo sviluppo dell’auto elettrica. L’assente probabilmente più noto in materia è FIAT, come più volte chiarito da Marchionne, ma anche altri.

A parole, tutti concordano che l’auto elettrica è una di quelle cose che farebbe bene all’ambiente. Nei fatti, pochissimi ne comprano una. Nonostante gli incentivi, infatti, dall’inizio dell’anno infatti le vendite di Nissan Leaf e Chevrolet Volt – campioni della categoria – negli Stati Uniti si sono fermate a solamente circa 10mila unità, in Italia i veicoli elettrici immatricolati nel 2011 sono stati 103. Per darvi un paragone, negli USA si vendono circa 10 milioni di veicoli all’anno mentre solo in Italia si vendono quasi 200mila FIAT Punto all’anno (1).

Non è la prima volta che l’auto elettrica è sembrata pronta al debutto. All’inizio degli anni 90, General Motors, grazie ai sussidi dell’amministrazione Clinton, introdusse sul mercato americano l’elettrica EV1. Ma nonostante le numerose richieste di noleggio e i feeback positivi degli utenti, i 5000 pre-ordini si tramutarono in solo 50 acquirenti, motivo che indusse GM a sospendere la produzione del veicolo, generando furiose polemiche con ambientalisti e complottisti.

Le previsioni elaborate dai centri di ricerca  sul numero di veicoli elettrici in circolazione nel futuro prossimo sono una di quelle cose dove regna il disaccordo più totale. Per il 2020, infatti, gli studi prevedono una diffusione dell’auto elettrica (o ibrida plug-in) che va dallo zerovirgola fino al 25 per cento del totale. Per il 2050 ancora peggio: le percentuali di vendite stimate variano dal 20 all’80 per cento. Questo accade perché le stime vengono generalmente fatte ragionando sul fronte della domanda. Si stima cioè la disponibilità dei consumatori a pagare di più per prodotti ecologici e si tramuta questa disponibilità in numero di veicoli venduti. Coi risultati di cui sopra.

Il problema è che il prezzo, anche se conta, non è tutto. Ragionando sul fronte dell’energia le cose diventano molto più chiare. Insomma, vendite al 10 o 20 per cento del totale del mercato significa considerare l’auto elettrica un prodotto di massa, maturo al pari di GPL e metano, e come tale deve essere attrezzato per autonomia, infrastrutture e consumi. La domanda da porsi dunque è: quali sono le condizioni tecnologiche per una motorizzazione di massa basata sull’auto elettrica?

Il problema dell’auto elettrica

La Nissan Leaf è stata eletta Car of the Year 2011 qualche mese fa ed è oggi probabilmente l’auto elettrica più diffusa. Simile per dimensioni e peso alla Volkswagen Golf, la prenderemo a modello da qui in avanti. Andiamo direttamente al nocciolo del problema dell’auto elettrica: la batteria, o, meglio, il suo costo e l’autonomia che garantisce. La batteria della Leaf è di quelle moderne agli ioni di litio: capacità 24 kWh, ha un costo stimato di 18mila dollari (2) e consente di percorrere circa 120 o 130 chilometri, decisamente pochi. Per cui, data la mancanza di una infrastruttura di ricarica, o si pianificano attentamente gli spostamenti o si corre il concreto rischio di rimanere per strada. In pratica, un’autonomia così limitata è un limite molto pesante alla flessibilità d’utilizzo e mal si adatta alla moderna società dei trasporti. A peggiorare le cose, i test mostrano che con un “pieno elettrico”, cioè con la batteria carica, l’autonomia varia da 75 a 220 chilometri in diverse modalità di utilizzo (3). Questa incertezza ha originato il fenomeno della “range anxiety”, la paura di rimanere a piedi, magari nel momento meno opportuno, per inaspettato esaurimento della batteria.

I motivi sono facilmente spiegabili. In un’auto che viaggia a velocità costante – ignoriamo per ora accelerazioni e frenate – l’energia viene usata per compensare le perdite dovute a essenzialmente quattro motivi:
- Resistenza dell’aria;
- Resistenza di rotolamento delle ruote (quella che vi evita di finire dritti in curva quando sterzate);
- Perdite nella trasmissione (inverter, motore, cambio, cuscinetti);
- Perdite ausiliarie (luci, display, ventole di raffreddamento, eccetera).

I primi due termini sono quelli più importanti. Ad alte velocità, infatti, l’energia viene essenzialmente usata per vincere la resistenza dell’aria, che aumenta come il quadrato della velocità. Raddoppiando la velocità, si spende quattro volte più energia per vincere la resistenza dell’aria. A basse velocità, invece, l’energia viene essenzialmente consumata dall’attrito delle ruote, proporzionalmente al peso dell’auto. Il calcolo preciso di questi termini è molto complesso e richiede la conoscenza di molti parametri generalmente noti solo ai costruttori. Per chiarire le dinamiche in gioco, però, anche un calcolo semplificato è sufficiente allo scopo.

La tabella sotto mostra l’energia usata della Nissan Leaf per percorrere 100 km a velocità costante e la relativa autonomia. Guardatela bene, poi facciamo alcune considerazioni.

Energia

A basse velocità (50 km/h) la resistenza dell’aria conta poco. Come scritto sopra. Il consumo dell’auto è basso e l’autonomia è di circa 175 km. A velocità medie (80 km/h) la resistenza dell’aria comincia a farsi sentire: l’energia usata aumenta del 50 per cento e l’autonomia cala di conseguenza a 130 km. Questo valore è molto vicino all’autonomia media segnalata dagli utenti – tra i 120 e i 140 km – a conferma della funzionalità del modello. Ad alta velocità (120 km/h) l’autonomia crolla a 90 km, come confermato da utenti americani. La ragione, come scritto sopra, è la resistenza dell’aria, che aumenta come il quadrato della velocità e fa impennare i consumi.

Allora basta andare piano? In fondo, dove si arriva in due ore si arriva anche in quattro. Non così in fretta. Primo perchè in autostrada a 50 km/h non potete proprio andare. Inoltre, tenere anche una più moderata velocità di 80 km/h vuol dire farsi sorpassare di continuo dai camion. Chiunque sia mai stato in autostrada sa bene quanto questa situazione sia pericolosa. In pratica, in autostrada siete obbligati a tenere una velocità sostenuta, aumentando i consumi e limitando l’autonomia dell’auto elettrica. Va aggiunto che in molti paesi europei l’autostrada è una scelta obbligata negli spostamenti extraurbani. Per quanto riguarda la guida cittadina le cose non vanno meglio. E’ vero che la velocità è generalmente ridotta, ma è anche vero che frenate e accelerazioni costano energia – e molto, nonostante il parziale recupero in decelerazione o col sistema Start-Stop – e sono molto più frequenti che non in autostrada (semafori, pedoni, ingorghi, eccetera). Insomma, anche in città ben difficilmente l’autonomia supera i soliti 120 o 130 km.

La grande differenza della batteria rispetto alla benzina sta nella densità di energia accumulabile e quindi nell’autonomia garantita al veicolo. Numeri alla mano, le moderne batterie agli ioni di litio hanno una capacità di circa 140 Wh/kg, mentre la densità di energia della benzina è di 12000 Wh/kg, 80 volte maggiore. Questo è da sempre l’enorme vantaggio della benzina sull’elettricità, e il motivo per cui la mobilità si è sviluppata attorno alla prima: perchè la benzina contiene molta più energia e, conseguentemente ma non solo, è più pratica da trasportare.

Intendiamoci, è possibile che domani le cose cambino. Togliendo tutti i camion dalle autostrade e abbassando i limiti di velocità le cose potrebbero volgere a favore dell’auto elettrica. O la scoperta di una nuova batteria con capacità due o tre volte maggiore degli ioni di litio (e costo possibilmente al di sotto della stratosfera). Purtroppo oggi nessuna di queste è in vista nel breve periodo. Il che sottolinea, ce ne fosse bisogno, l’importanza della ricerca.

Peso e materiali

Maggiore il peso dell’auto maggiori i consumi e, dunque, minore l’autonomia. Probabilmente lo sapete tutti. Questo avviene perchè il peso dell’auto grava sugli pneumatici che, quando si deformano, dissipano energia sotto forma di calore. La Nissan Leaf pesa circa 1500 chili, di cui quasi 200 di batterie. Raddoppiando la batterie si raddoppiano anche le perdite, oltre a raddoppiarne il prezzo per l’utente (e son altri 18mila dollari). La maggior parte del peso deriva dall’acciaio di cui è costituita la carrozzeria. Chi pensa che sia lusso e ostentazione si sbaglia. Il peso della carrozzeria deriva principalmente dagli standard di sicurezza, per evitare di passare a miglior vita al primo incidente.

Per ridurre il peso dell’auto è possibile usare materiali avanzati quali – in ordine crescente di costo e decrescente di peso – acciai ad alta resistenza, leghe di alluminio e plastica riforzata con fibra di carbonio (CFRP). L’acciaio ad alta resistenza è già usato nelle auto di segmento medio alto, l’alluminio è usato per le parti strutturali degli aerei e le CFRP nelle auto di Formula Uno.

La Tesla Roadster è probabilmente l’auto elettrica più avanzata esistente. Aerodinamica sportiva, dimensioni ridotte (è una due posti), costruita in alluminio e CFRP, monta una batteria da 53 kWh, più del doppio della Leaf. Nonostante la batteria pesi 400 kg, grazie all’impiego dei materiali avanzati la Roadster pesa solamente 1200 kg ed ha un’autonomia di oltre 400 Km. Tutto perfetto, se non fosse il prezzo: 100mila dollari. Oltre alla batteria, purtroppo anche i materiali avanzati costano un sacco.

La sfida del peso dunque si gioca non solo sul fronte delle batterie, ma anche sui materiali avanzati. La strategia intrapresa da alcune case automotibilistiche (tra cui BMW e Audi) mira a introdurre i materiali avanzati nel mercato di massa, riducendone il costo tramite nuovi sistemi produttivi. Purtroppo la pos[…]
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october 2011
I MacCanismi di un genio
Non ho nessuna intenzione di vendere fuffa: il primo prodotto Apple che ho acquistato* è stato un’iPhone (4), preso dopo sei ore di fila a Roma Est, una mattina – o meglio un’alba – del luglio 2010. Lo desideravo da mesi e dopo una chiacchierata illuminante qualche sera prima della sua uscita in Italia non ho più avuto dubbi: doveva essere mio. Dopo un anno esatto ho fatto l’altro “salto”: addio ai pc, si passa al Mac (BookPro).
Non sono esperta e detesto chi lo fa quando non lo è, per cui chi è capitato qui aspettandosi un post rivelatore sulle immense capacità tecniche delle invenzioni di Steve Jobs o aneddoti sulla sua esistenza, può anche procedere oltre (quit).

Chi è rimasto ora si starà legittimamente chiedendo cosa stia cercando di scrivere. Non lo so, esattamente come un anno fa davanti all’Apple Store: nessuno me l’aveva ordinato e forse non lo sapevo nemmeno io perché avevo aspettato tutte quelle ore per essere lì, ma al tempo stesso sapevo che volevo esattamente essere lì.
Cerco di condividere alcune delle cose migliori che ho visto e letto su Steve Jobs oggi, il giorno della sua morte. Perché non sarò feticista della mela (ricordo che posseggo tutt’ora un blackberry) né conoscitrice dei grandi segreti dell’azienda, ma tendo ad osservare le cose. E oggi vedo questo, in mezzo al retweet facile e lacrimoso degli “addio a” e allo share compulsivo dei video: quando qualcosa entra di prepotenza nella tua vita cambiandone le abitudini (di scrittura, condivisione e quindi interazione) la o le persone che l’hanno inventata ti sembra un po’ di conoscerli. E ai geni, quando il mondo ha la fortuna di riconoscerli per tempo, va anche un po’ dato merito.
Dopo tutto succede la stessa cosa con un artista che si ama. Di che stupirsi. E di che indignarsi poi se in tanti si uniscono al coro: con tutto il rispetto per i morti di cui non si parla abbastanza – capisco e condivido – volendo essere cinici si leggono tante di quelle cazzate ogni giorno, che possiamo pure permetterci di essere monotematici, per una volta.

Una delle migliori analisi di tutti i meccanismi scardinati da Jobs l’ha fatta Federico Rampini su Repubblica (consigliata la lettura a quelli che “eh vabbeh, solo perché fa oggetti fighi che costano il doppio degli altri”) raccontando come abbia spostato i confini dell’informatica dal punto di vista tecnico, del design applicandolo all’informatica, della musica rendendola un tutt’uno con iPod e iTunes, e sì, pure della comunicazione aziendale. Il rapportocon i giornalisti era pessimo a causa di una rigida segretezza: assoluta e non opinabile (chi sovvertiva, pagava caro). Così tanto parossistica da generare adesso il sospetto che  possa essere stata sfruttata anche davanti alla sua scomparsa, troppo ravvicinata secondo le malelingue alla presentazione dell’iPhone 4s, come racconta Bruno Ruffili in un altro calzante bilancio, questa volta su La Stampa.
Un mago del marketing, per giunta, sulla bocca di tutti  da prima che spuntassero coccodrilli come funghi. Lo ricordava la settimana scorsa Marco Patuano (ad di Telecom) dividendo il mondo in “Pre e post Steve Jobs”: “Prima se si rompeva il computer era colpa di chi lo usava. Fu lui  per primo a pensare: ‘Così non può funzionare, il prodotto deve essere perfetto e se il cliente dice che è una ciofeca allora non funziona, basta’”.

Visionario. Questa è la parola che più ho letto oggi, anche in alcune bellissime prime pagine di tutto il mondo.  In effetti la più calzante. Non lo sapeva nemmeno lui, prima di vederne i frutti. Nel discorso che fece ai laureandi di Standford (qui in versione integrale in inglese, per chi volesse il cartaceo domani la trova su Il Fatto Quotidiano) raccontava  come aveva “unito i puntini” solo nel tempo. Ci sono tante frasi degne di considerazione al di là del motto “Stay hungry, stay foolish” (che lui aveva adottato, come spiega), diventato subito il titolo-manifesto di quell’intervento.

Per fare qualche esempio:

“You can’t connect the dots looking forward; you can only connect them looking backwards. So you have to trust that the dots will somehow connect in your future. You have to trust in something — your gut, destiny, life, karma, whatever. This approach has never let me down, and it has made all the difference in my life”.

“And the only way to do great work is to love what you do. If you haven’t found it yet, keep looking. Don’t settle”.

“I’m convinced that the only thing that kept me going was that I loved what I did. You’ve got to find what you love. And that is as true for your work as it is for your lovers”.

[mia personalissima sintesi, ripetizioni volute: Non puoi sapere come andrà a finire prima della fine, quindi bisogna che tu creda in quello che credi. E siccome non è affatto facile sapere ciò che ami, quando hai il sospetto di averlo capito, credici].

Chi le vede o avverte come frasi d’effetto e meramente motivazionali, consideri che sono pronunciate da una persona che ha assemblato il suo futuro – e a cascata quello di molti altri – in un garage. Da uno che nessuno sta paragonando a Ghandi (anzi, pare avesse un discreto caratterino), che è stato confuso come tutti i ragazzi della sua età, irresponsabile come molti figli, stronzo, probabilmente, come molti leader e chissà quante altre cose.

Leggendo l’articolo di Federico Mello facevo attenzione al virgolettato: “Se hai un’idea devi alzare la voce”.  La fiducia nelle proprie azioni, o meglio nel loro risvolto futuro, è propria dei grandi geni. Quest’estate ho chiesto a Chiara Rapaccini quale fosse il più grande insegnamento che le aveva dato suo marito Mario Monicelli. Mi ha risposto: “Fare sempre sempre il passo più lungo della gamba. Esprimere sempre le proprie idee”.

Per essere una che non voleva dir nulla, forse ho detto abbastanza. Ultime segnalazioni: la puntata speciale di Agorà su Rai3 (ore 21),  un buon video e una vignetta segnalato da Daniele Lepido. E su Smamma un post delicato ed efficace, come avrei voluto fosse il mio.

*dovere di cronaca: ho precisato “acquistato” perché mi sono stati regalati negli anni precedenti due iPod. Uno – bellissimo, era dei primi belli spessi – giace sulle rotaie della metro di Roma. L’altro è un limited edition rosso. Ho avuto poco a che fare con entrambi perché non volevo ricorrere alla formattazione> non avevo ancora un Mac e loro invece erano stati programmati con la mela.
Mentre_vivo  Opinioni  steve_jobs  from google
october 2011
Per mio figlio.
Non ti abbattere, giovane leone mio, se la vita inizia a sembrarti complessa. Ogni rivoluzione fa un po’ male, e tu sei una rivoluzione quotidiana, di emozione, di scoperte, di risate belle e di lacrime.

Non lasciare che educatori integralisti facciano di te un soldatino, asseconda il tuo spirito, perchè è puro e sincero, ma soprattutto è profondamente giusto. Noi grandi abbiamo già scelto troppo al posto tuo ed hai diritto di ribellarti se il tuo cartone animato preferito non lo puoi vedere in santa pace, o se una scuola bacchettona ti ha portato lontano dalla bimba che fa battere il tuo giovane cuore.

Voglio dirti che ti ammiro, e non è solo amore paterno che mi fa emozionare nello scrivere queste righe che forse non leggerai mai, ma una profonda, totale comprensione che mi riporta ai miei otto anni, ogni volta che ti vedo triste o mortificato per un “dettato” incasinato di errori, che (so perfettamente) essere l’unico tuo modo per farci capire che sei sotto pressione.

Sei il figlio che avrei scelto in mezzo a un milione, ed invece mi sei piombato tra le braccia in un’estate caldissima e unica.

Sono un papà davvero fortunato.

articoli simili a questo : Festa del Papà Dieci indizi del fatto che sei stressato Assenze Sfidare gli dei Total recall Copyright © 2011 PocaCola Blog. Feed provided by PocaCola Blog Please contact electro@pocacola.com in case of illegal use.
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september 2011
L’aria che tira
Ieri il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d..L. 733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D’Alia (UDC) identificato dall’articolo 50-bis: “Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet”.
La prossima settimana Il testo approderà alla Camera come articolo nr. 60.
Questo senatore NON fa neanche parte della maggioranza al Governo… il che la dice lunga sulle alleanze trasversali del disegno liberticida della Casta.
In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog (o un profilo su fb, o altro sulla rete) a disobbedire o a ISTIGARE (cioè.. CRITICARE..??!) contro una legge che ritiene ingiusta, i providers DOVRANNO bloccarne il blog o il sito.
Questo provvedimento può far oscurare la visibilità di un sito in Italia ovunque si trovi, anche se è all’ESTERO; basta che il Ministro dell’Interno disponga con proprio decreto l’interruzione dell’attività del blogger, ordinandone il blocco ai fornitori di connettività alla rete internet.
L’attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro 24 ore.
Pena: per i provider, sanzioni da 50.000 a 250.000 euro.
Per i blogger è invece previsto il carcere da 1 a 5 anni oltre ad una pena ulteriore da 6 mesi a 5 anni per l’istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’ODIO (!) fra le classi sociali.
MORALE: questa legge può ripulire immediatamente tutti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta. In pratica sarà possibile bloccare in Italia (come in Iran, in Birmania e in Cina) Facebook, Youtube e la rete da tutti i blog che al momento rappresentano in Italia l’unica informazione non condizionata e/o censurata.
ITALIA: l’unico Paese al mondo in cui una media company (Mediaset) ha citato YouTube per danni chiedendo 500 milioni euro di risarcimento.
Con questa legge non sarà più necessario, nulla sarà più di ostacolo anche in termini PREVENTIVI.
Dopo la proposta di legge Cassinelli e l’istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra meno di 60 giorni dovrà presenterà al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al “pacchetto sicurezza” di fatto rende esplicito il progetto del Governo di “normalizzare” con leggi di repressione internet e tutto il sistema di relazioni e informazioni che finora non riusciva a dominare.
Mentre negli USA Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet, l’Italia prende a modello la Cina, la Birmania e l’Iran. Oggi gli UNICI media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati la rivista specializzata “Punto Informatico” e il blog di Grillo.

Coordinamento degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani.
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september 2011
Pictogram music posters
Some of you probably have seen this already! Do you remember the work of
Viktor Hertz, well apparently he has also developed these very cool pictogram music posters!
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september 2011
Beato te che non capisci un cazzo
diazepamepopcorn:

Sei così stupido che il cardinal Bagnasco è venuto a controllare che nessuno ti stacchi la spina..
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september 2011
Lezioni d'Amore Anni Novanta
Lezioni d'Amore Anni Novanta(da Sunday School WIN-win! via Suzuki-minutae)
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september 2011
Genova - Defecava fuori dalla porta della vicina per conquistarla: arrestato per stalking | www.genovaogginotizie.it
Genova - Se voleva conquistarla il modo che aveva scelto di utilizzare per attirare la sua attenzione era sicuramente originale, anche se, forse, decisamente discutibile e dalle basse, bassissime probabilità di successo. Un 62enne genovese lasciav
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september 2011
“sono contento e finchè sono contento, ti comprerei anche l’america.”
Capitano sempre un sacco di cose. Nella mia vita intendo.

Sto bene.

Ho un lavoro che mi piace, almeno fino a fine anno, ma voglio che continui a oltranza.
Ho litigato con mia sorella.
Ho un nuovo paio di scarpe. Sono bellissime e profumano di anni 90.
C’è sempre quella persona che mi piace e quella decina che amo.
Voglio farmi i capelli rossi.

Parliamo di felicità.
Aspettando il treno, il mio babbo mi fa: “Ti sono venute le vesciche?”
E io: “Mi stanno venendo delle gran vesciche babbo.”
Lui: “Bene! Perchè a me, quando ho iniziato a lavorare, sono venute subito e mi ricordo esattamente tutto quello che è successo.”
“Sono contento, perchè tu hai sempre fatto qualcosa e non ti sei mai fermata. Ti sei spostata e non hai mai avuto paura di farlo. Ti sei adattata e molte persone, piuttosto che adattarsi, rimangono dove sono e si accontentano. Adesso sei riuscita ad arrivare dove volevi e ti stai facendo il culo. Vedrai che andrà tutto bene.”
“Non ti preoccupare di cose inutili. Noi ci siamo sempre. Ci siamo perchè sappiamo come siete e quello che valete.” (E so che non lo dice per dire, perchè se il mio babbo ti considera un rincoglionito, te lo fa capire. Figlie comprese).

“Miriam, io sono contento e finchè sono contento, ti comprerei anche l’America.”

Sapere che con quest’ultima frase intendeva dirmi “farei qualsiasi cosa per te”, beh, mi viene un po’ da piangere.

Sapere che è contento, mi rende la persona più felice del mondo. Perchè lui è quello che si fa sempre, e da sempre, il culo.
Ora me lo sto facendo io, per me. E per lui.

Non ti deluderó. Non lo faró.

La voglio comprare io a te l’America, perchè anche io farei di tutto per te.

La voglio comprare io a te l’America e, come sempre, mentirei su quando ho speso.

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september 2011
TIMxSmartphone diventa senza limiti
Qualcosa timidamente si muove nel panorama italiano degli operatori telefonici per quanto riguarda i prodotti per smartphone destinati alla navigazione su Internet.

(Continua...)Leggi il resto di TIMxSmartphone diventa senza limiti (98 words)

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september 2011
Remotely enable Remote Desktop under Windows XP
In regedit, click File > Connect Network Registry...
Type the remote computer name, click Check Names and then OK
Enter remote admin password if prompted
Click HKLM\SYSTEM\CurrentControlSet\Control\Terminal Server for the remote computer and change the value of fDenyTSConnections to 0.
If a reboot of the remote PC is required: shutdown -m \\ remotepcname -r

The above steps can also be done via SSH or PsTools in case the Remote Registry service is disabled or you've only got terminal-based access to the machine. See Jim's Remotely Enabling Remote Desktop Protocol From the Command Line for more information (it's also the source for most of the commands below).
If Windows Firewall is enabled on the remote PC, and no exception has been previously setup for Remote Desktop, you'll need to create one. We'll get a remote command prompt with PsExec from PsTools and check the firewall state:

C:\>PsExec.exe \\remotepcname -u user -p "pass with spaces" cmd

PsExec v1.98 - Execute processes remotely
Copyright (C) 2001-2010 Mark Russinovich
Sysinternals - www.sysinternals.com

Microsoft Windows XP [Version 5.1.2600]
(C) Copyright 1985-2001 Microsoft Corp.

C:\Windows\system32>netsh firewall show state

Firewall status:
-------------------------------------------------------------------
Profile = Standard
Operational mode = Enable
Exception mode = Enable
...

Ports currently open on all network interfaces:
Port Protocol Version Program
-------------------------------------------------------------------
137 UDP IPv4 (null)
139 TCP IPv4 (null)
138 UDP IPv4 (null)
445 TCP IPv4 (null)

No exception exists for 3389 (the default Remote Desktop port), so we'll create one:
C:\Windows\system32>netsh firewall set portopening protocol = TCP port = 3389 name = "Remote Desktop Protocol" mode = ENABLE
Ok.
C:\Windows\system32>netsh firewall show state
...
Ports currently open on all network interfaces:
...
138 UDP IPv4 (null)
3389 TCP IPv4 (null)
445 TCP IPv4 (null)
...
Now the remote PC can be accessed normally via Remote Desktop.
/windows  from google
september 2011
The Cow
The CowQui si adora Gianni Boncompagni da tempi non sospetti e gli Squallor hanno un posto di rilievo nel pantheon della comicità greve e demenziale (?!).Forse non tutti conoscono questo pezzo che Boncopagni recitò nel terzo disco degli Squallor e che prende spunto da quella particolare momento storico (la seconda metà degli anni 70) in cui vi era stato un picco di suicidi da parte dei componenti di gruppi rock.Signore e signori, Vacca.
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june 2011
Tra le nuvole
Dirò una cosa sbrigativa e un po’ superficiale, ma è per un buon pezzo vera. La dannata “Cloud” di cui tanto si parla da un paio d’anni e molto di più in questi giorni dopo l’annuncio di Apple della sua “iCloud” (oggi leggo persino riflessioni socioculturali sulle nostre vite nelle nuvole e bla bla) è soprattutto una geniale trovata di comunicazione. O meglio, è grazie alla trovata che se ne parla. Se ci pensate, la tecnologia non è altro che un hard disk esterno: molto grande e lontano dalla nostra scrivania. Il fatto che sia lontano e ospitato da qualcun altro genera poi delle opportunità e dei cambiamenti potenziali grandi, ma di questi si parla poco: è tutto avvolto in una “nuvola”. I documenti e programmi che usiamo non stanno in cielo, né su una nuvola, né in qualche luogo etereo: stanno dentro degli hard disk solidamente parcheggiati dentro i depositi di certe aziende. Esattamente gli stessi tipi di contenitori in cui li abbiamo tenuti finora. Ma l’idea di chiamare tutto questo “nuvola” è stato geniale: meccanismo che i comunicatori conoscono e che con i giornalisti (e con noi lettori, anche) funziona sempre: dare un nome nuovo a una cosa che altrimenti non sarebbe percepita e raccontata come sufficientemente nuova.
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june 2011
Curiositasmundi
colorolamente:

www.spinoza.it
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may 2011
Verifica il tuo dominio .it -Il NIC chiude i contratti Maintainer
Il Registro.it, meglio conosciuto come NIC, è il gestore dell’anagrafe dei domini con estensione .it e qualsiasi servizio di registrazione domini deve avere un contratto aperto con lui per poterlo fare.
Da settembre 2009, ne avevo già parlato, è in corso la trasformazione della modalità di registrazione dei domini, da asincrona a sincrona.
Per questo erano attivi due contratti, uno Maintainer, che è quello di chi vende domini ancora con la modalità di registrazione vecchia, e uno Registrar, per chi ha attivato la nuova procedura di registrazione.
Al 30 Aprile 2011 sono scaduti i contratti con i Maintainer e quindi non sono più autorizzati a gestire i domini a meno che non li abbiano migrati alla nuova modalità (operazione che ha un costo e che quindi non tutti possono aver deciso di effettuare).
Il problema è che se un vostro dominio .it è ancora gestito da queste figure, dal 9 maggio si potrebbe trovare senza un provider e quindi a rischio di essere cancellato.
Per evitare che questo succeda è necessario intervenire per recuperare il dominio, rivolgendosi ad un provider con il contratto Registrar.
Se volete verificare in che situazione è il vostro dominio, andate a questa pagina:
http://www.nic.it/SR?set_language=it
inserite il vostro dominio e il codice di verifica richiesto, quindi guardate cosa appare nella colonna Maintainer:

Se apparirà l’identificativo del vostro provider e la scritta –REG, allora è tutto ok.
Se apparirà l’identificativo del vostro provider e la scritta –MNT oppure le scritte ”NO-PROVIDER” o “REDEMPTION-NO-PROVIDER” allora vi conviene iniziare a cercare un nuovo provider da cui registrare il vostro dominio.
Tutti i più grossi provider hanno già migrato da tempo verso la procedura sincrona, per cui la stragrande maggioranza dei domini dovrebbe essere a posto, ma se avete utilizzato qualche provider minore, magari per risparmiare qualcosa oppure perché lo avete fatto molto tempo fa, allora è opportuno fare qualche verifica.
Nel caso il vostro dominio risultasse ancora sotto un Maintainer, vi consiglio, come prima cosa, di contattare il proprio provider e chiedere che migri lui direttamente il dominio sulla posizione corretta, se ne hanno una già attiva oppure se hanno già in corso la migrazione(come potrebbe essere in casi eccezionali in cui l’autorizzazione ad essere Registrar ancora non è stata completata)
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may 2011
Assassinio o atto di guerra?
Stamattina aprendo (virtualmente) il giornale i due titoli più in evidenza erano “Ucciso Bin Laden” e “Ucciso il figlio di Gheddafi”. Il primo pensiero che ho avuto è stato sull’incredibile intensità che deve aver avuto l’azione militare condotta in Pakistan, di cui probabilmente non sapremo nulla per almeno una ventina d’anni, il secondo — più sensato — è stato molto simile a quello espresso qui pochi minuti fa.

Capisco l’entusiasmo, condivido il disprezzo per Bin Laden, quello che non mi va giù è che uno stato civile — e soprattutto uno in cui gran parte della popolazione non perde occasione per richiamarsi a valori cristiani su questioni anche meno rilevanti dal punto di vista etico e morale — possa icelebrare un assassinio istituzionalizzato. Specie se dovessero venire confermate le vittime civili conseguenti all’attacco di cui si parla su twitter.

Il rispetto per la vita umana, anche quella di un mostro, dovrebbe sempre venire prima di tutto. Specie quando un blitz come quello contro Osama non può essere considerato come atto militare da inquadrare all’interno di un conflitto tra due stati: chi decide chi sono “i nemici” in casi come questo? Quale è il confine che separa civili innocenti o comunque non coinvolti in maniera attiva, da combattenti assimilabili a forze militari di un esercito nemico? Lo spazio per atti arbitrari, una volta entrati nell’ordine di idee della “guerra totale”, è immenso.
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may 2011
Bruce Lee’s Top 20 Tips for Living a Successful Life
When I grew up, Bruce Lee was one of my biggest role models, and he still is.
He accomplished more during ten years than most people do in a lifetime. So I decided to gather Bruce Lee’s most impactful quotes in one place.
The quotes below are what I believe it takes to live a successful life and have success in life. These quotes will inspire, motivate, and encourage to go after your dreams.
With all that said here are Bruce Lee’s top 20 tips for living a successful life.
1. Apply What You Learn“Knowing is not enough, we must apply. Willing is not enough, we must do.”
How many people do you know that read a lot of books and spend a lot of time buying courses, but never apply the knowledge they learn?
You may even notice these tendencies in your life. It’s hard to take action and apply what you learn, because we’re all afraid of failure, and taking action can be paralyzing from time to time.
However, success in life doesn’t happens until you use the knowledge that you have inside of you. Most of us have exactly what we need to get to our goals, but we make excuses not to even get started.
2. Learn, Simplify, and Use“Absorb what is useful, Discard what is not, Add what is uniquely your own.”
It’s all well and good to learn from others, but it’s not until you take action that you discover what works and doesn’t.
When you discover what doesn’t work, you simply discard it and keep going. When you keep moving forward, you will create your own path.
Living a successful life is all about experimenting and trying new things. The more things you try, the closer you will get to true success.
3. Simplicity“Simplicity is the key to brilliance.”
If you can simplify your life, your goals, and your task, you will not only be happier, you will also get more done and be more successful.
It was not until I started focusing on one single task and one major goal in my life that I started seeing rapid results in the direction of my dreams.
If you’re trying to go after multiple things at once, you will end up accomplishing none of them. Pick one thing that’s the most important to you and go after that.
The funny thing about focusing on one goal is that it seems that you’re neglecting all the others aspects of your life, but when you focus on one goal, magically the other aspects of your life improve, sometimes dramatically.
4. Break Barriers“Using no way as way, using no limitation as limitation.”
We all have negative beliefs that stop us from being as successful in life as we would like.
The only person holding you back is you. Once you become comfortable with overcoming your fears, you will start seeing dramatic success in your life.
One of the most common characteristics of successful people is that they are willing to try new things and face their fears. They are not fearless, they merely are willing to do what it takes.
5. Be Open-Minded“Take no thought of who is right or wrong or who is better than. Be not for or against.”
There’s no right or wrong in the universe. We determine what is right or wrong. It’s completely subjective.
Getting caught up in the drama of who is right or wrong or who is better than, will only distract you from reaching your goals and creating the success in life you want.
Stay open to new possibilities, and the viewpoints of others. You can never know what you will learn when you explore things you thought were pure nonsense.
6. Contribute“Real living is living for others.”
It wasn’t until I found my passion and started contributing to the world with my writing that I started feeling fulfilled.
We all have our unique gifts that we can use to make the world a better place. These are usually talents and skills you have that you are very good at, and that you like to do.
It doesn’t matter if you like to make jewelry or if you enjoy cooking, because everything is connected to everything else.
You are here to make a difference with the talents you have. There’s a reason why you are you.
7. Manage Your Time“If you love life, don’t waste time, for time is what life is made up of.”
We are surrounded by distractions, such as e-mail, Twitter, and Facebook. They are great at connecting us to each other, but often they distract us from what is truly important.
Learn to manage your time, and get the most valuable tasks done before you start to play. Use time management courses to get your life in order.
You can often double, triple, or even quadruple your productivity by using just a few simple time management tips.
A good one that I use is to write down the three most important tasks for the next day before I go to bed.
8. Be Flexible“Notice that the stiffest tree is most easily cracked, while the bamboo or willow survives by bending with the wind.”
Life will throw curve balls at you, so you have to get used to being flexible. The more comfortable you can be with being uncomfortable, the faster you will grow as a human being and the more success you will have in life.
This is exactly what distinguishes successful people from unsuccessful ones. The successful people are more willing to be uncomfortable, because they know that that is the fastest path to their goals.
Whenever you bump into something that makes you feel bad, stay flexible, and find the positive in the situation. I’ve found that most of the problems in my life are blessings in disguise.
The only thing separating positivity from negativity is time.
9. Set Goals“A goal is not always meant to be reached, it often serves simply as something to aim at.”
If you want to create the life you want you first have to know what you want. For the longest time I avoided setting goals, because I thought it was unnecessary.
It wasn’t until recently that I discovered that goal setting can not only make me more productive, it can also dramatically increase the clarity I have.
When you set goals, use the S.M.A.R.T criteria, which stands for specific, measurable, attainable, realistic, and timely goals.
10. Be Patient“A quick temper will make a fool of you soon enough.”
One of my weaknesses is my impatience. However, I’ve learned to channel my impatience into getting more done and being productive.
It’s also important to realize that most of the things that are truly valuable in life take time.
For example, I discovered that creating an online business usually takes anywhere from 3 to 5 years, if your goal is a full-time income.
Whatever you do, keep taking small steps each day toward your primary goal, and you will be surprised at how much you can accomplish in just a few years.
11. Kill the Box“All fixed set patterns are incapable of adaptability or pliability. The truth is outside of all fixed patterns.”
It’s easy to get into a rut, which is simply a familiar pattern that feels comfortable. If you truly want to grow as a person and have a successful life, you have to get out of the box.
In fact, throw the box out altogether, and start following your heart wherever it leads you. This can be as simple as doing things that feel good and following your highest excitement in the moment.
Most people are stuck in their minds and never listen to their heart’s deepest desire. Don’t let this be you.
12. Control Your Thoughts“As you think, so shall you become.”
What you think about, you draw into your life. If you’re constantly being negative, you will draw negativity into your life.
Instead of focusing on the negative, think about what you want to get out of life and focus on the positive.
This is another way of telling you that you have to set goals and focus on those goals as often as possible. The results you will get by doing this will be dramatic.
Most people sit around whining about their miserable life, and then they wonder why nothing good ever happens to them.
13. Take Action“If you spend too much time thinking about a thing, you’ll never get it done.”
Don’t over analyze and over think. Take massive action even if things aren’t perfect before you start.
Most people that try to get things perfect never get started at all.
I used to be a perfectionist, but I realized that by taking action, I could get much more done and make much more progress.
I also realized that people don’t want perfect. They just want solutions to their problems.
14. Allow“I’m not in this world to live up to your expectations and you’re not in this world to live up to mine.”
It’s easy to get stuck on what other people would think of you if you created the life of your dreams.  Most people are so afraid of this that they never rise above mediocrity.
It is not up to you to make people happy. You can only make yourself happy, and the way others react is just the way they will react.
Don’t let other people dictate how you live your life. Determine what you want, go after it, and don’t look back. You will be much happier for it.
15. Create Your Own Destiny“To hell with circumstances; I create opportunities.”
You can make all the excuses in the world, but nothing happens until you stop blaming your circumstances or people in your life, and take control of your life.
It is up to you to take responsibility for your life and create your own opportunities. You may not be able to do exactly what you want right now, but you have the opportunity to take steps toward it.
No one will create the dream life for you. You have to do it yourself.
16. Be You“Always be yourself, express yourself, have faith in yourself, do not go out and look for a successful personality and duplicate it.”
As I said earlier, you were born with unique talents, gifts, and skills. When you try to be someone you’re not, you will only attract people into your life that are not in harmony with you.
When you are you, and that includes the weird things about you, you will find that the most amazing and interesting people will start popping up in your life.
Sometimes this may take years, and sometimes it can happ[…]
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april 2011
Pinpointing a Computer to Within 690 Meters
This is impressive, and scary:

Every computer connected to the web has an internet protocol (IP) address, but there is no simple way to map this to a physical location. The current best system can be out by as much as 35 kilometres.

Now, Yong Wang, a computer scientist at the University of Electronic Science and Technology of China in Chengdu, and colleagues at Northwestern University in Evanston, Illinois, have used businesses and universities as landmarks to achieve much higher accuracy.

These organisations often host their websites on servers kept on their premises, meaning the servers' IP addresses are tied to their physical location. Wang's team used Google Maps to find both the web and physical addresses of such organisations, providing them with around 76,000 landmarks. By comparison, most other geolocation methods only use a few hundred landmarks specifically set up for the purpose.

The new method zooms in through three stages to locate a target computer. The first stage measures the time it takes to send a data packet to the target and converts it into a distance -- a common geolocation technique that narrows the target's possible location to a radius of around 200 kilometres.

Wang and colleagues then send data packets to the known Google Maps landmark servers in this large area to find which routers they pass through. When a landmark machine and the target computer have shared a router, the researchers can compare how long a packet takes to reach each machine from the router; converted into an estimate of distance, this time difference narrows the search down further. "We shrink the size of the area where the target potentially is," explains Wang.

Finally, they repeat the landmark search at this more fine-grained level: comparing delay times once more, they establish which landmark server is closest to the target. The result can never be entirely accurate, but it's much better than trying to determine a location by converting the initial delay into a distance or the next best IP-based method. On average their method gets to within 690 metres of the target and can be as close as 100 metres -- good enough to identify the target computer's location to within a few streets.
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april 2011
Actresses With Steve Buscemi’s Eyes
Sometimes the internet shows you things that make you super excited and you run out and show them to everybody. And sometimes the internet shows you things that you have that are so weird and inexplicable that you have to run out and show everybody just so that other people can feel the same pain. So, someone took the time to superimpose and then blend the eyes of famous culty actor Steve Buscemi onto various Hollywood starlets known for their ability to not look like Steve Buscemi. (Who we love, but if we’re being honest …) Just be glad we’re not leaving you with this as our last image of the day. (You’re welcome.)

These are the Olsen twins, Mary Kate and Ashley. And this is what Full House really did to them.

Halle Berry suffers from ragweed allergies.

Scarlett Johansson partied for 74 hours before this picture was taken.

Hilary Swank is not keeping up with her contractual cosmetic surgery obligations.

And Ke$ha actually always looks like this.

(Chicks With SteveBuscemeyes)
i'll_just_leave_this_here  Ashley_Olsen  Halle_Berry  Hilary_Swank  Katy_Perry  Ke$ha  Mary_Kate_Olsen  Photoshop  Scarlett_Johansson  Steve_Buscemi  from google
april 2011
Priano a Voltri, proprio quando pensavi che la focaccia di Gabriele Bonci non avesse rivali
Mentre scrivo questo post, faccio colazione con un bel pezzo di focaccia inzuppata nel cappuccino, così come da tradizione a Genova. Capisco che per molti sia un pensiero raccapricciante, anche per me lo è stato la prima volta, ma credetemi, è una di quelle cose che dopo averle provate danno dipendenza cronica. Anche perché la focaccia non è la classica genovese, bensì quella di Voltri –piccolo centro alla periferia ovest di Genova– dove da quasi un secolo si fa una delle focacce più sbalorditive della Riviera, merito, in particolare, del panificio-pasticceria Priano.

I fratelli Priano cominciano l’avventura nel ‘64 rilevando il forno da “Dagnino Simone”, uno dei padri della tipica focaccia di Voltri, e da allora non hanno mai smesso di perfezionare la ricetta classica. Oggi tocca alla seconda generazione: Stefano, Bruno e Katia.

Ieri mattina, sveglia presto e chiavi in mano, sono partita da Torino per Genova direzione fratelli Priano. Complice la giornata tiepida e quasi serena il panificio era affollatissimo, tutti in fila per la famosa focaccia (ma ahimé, è sempre così). Nell’attesa, scambiando due chiacchiere con la signora Katia, ho cercato di carpire il carpibile sulla focaccia sottile, miracolosamente croccante e soffice allo stesso tempo.

L’impasto è a base di farina, acqua, sale, olio d’oliva e lievito di birra. Una volta lavorato in dischi di pasta sottile, si lascia riposare e lievitare su piani cosparsi di farina di mais. Che quando lievitano, vengono sistemati sulla pala da forno (spolverata di farina per far scivolare meglio l’impasto), e dopo l’aggiunta di olio e sale, s’infornano a circa 200 gradi per poco meno di 10 minuti. L’impasto cuoce sulla piastra del forno rigorosamente in pietra.

Dalle parole della signora Katia ho capito che l’impasto è così sottile perché non viene spianato, bensì tirato mentre lo si inforna, per effetto di un movimento fatto appoggiando la pala nel punto più interno del forno e allungando il disco di pasta che arriva fino a 1,5 m (!)

Non sto a dirvi che gli ingredienti sono di prima scelta oltre che tutti locali, aggiungo invece che a parte la classica, da Priano si fa anche la focaccia con le cipolle. Il prezzo al kg è sugli 8 Euro.

Dopo la scena che vi ho descritto, comprensibilmente con l’acquolina in bocca, ho finalmente provato la focaccia (appena sfornata), ricavandone la solita impressione: UNICA. Croccante e saporita al punto giusto, non troppo unta, spiazzante.

Per paura di sembrare esagerata lo dico sotto voce, ma credo di non aver mai mangiato una focaccia così, quindi ho fatto un po’ di scorta (un chilo), e per goderla meglio sono andata sulla spiaggia lì vicino.

Ma ora, purtroppo, anche l’ultimo trancio della mia colazione è finito.

Pasticceria Priano di Stefano, Bruno e Katia – Via Carlo Camozzini, 76r, 16158 Voltri (GE). Tel. 010 6136477

Il blog di Carmelita Cianci è Une visite.
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march 2011
Certificati SSL falsificati
Phony SSL Certificates issued for Google, Yahoo, Skype, Others | threatpost.

A major issuer of secure socket layer (SSL) certificates acknowledged on Wednesday that it had issued 9 fraudulent SSL certificates to seven Web domains, including those for Google.com, Yahoo.com and Skype.com following a security compromise at an affiliate firm. The attack originated from an IP address in Iran, according to a statement from Comodo Inc.

Comodo, of Jersey City, New Jersey, said, in a statement on its Web page, that an attacker was able to obtain the user name and password of a Comodo Registration Authority (RA) based in Southern Europe and issue the fraudulent certificates. ...The Mozilla Foundation, Microsoft, Google and other firms rushed out patches to their Web browsers on Tuesday to block the fraudulent SSL certificates. In an incident report filed on March 15, Comodo said the nine certificates were issued to seven domains, but that no attacks using the certificates had been seen in the wild.
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march 2011
Attesa Materiale (assistenza Canon)
Mi sono visto costretto a spedire corpo macchina (EOS 5D) e obbiettivo (EF 24-105 L IS USM) al centro assistenza autorizzato: Camera Service di Torino. Il problema era la persistenza dell’errore ERR 01. Data dell’avvenuta spedizione: lunedì 7 Marzo. Numero di scheda: 7868 di martedì 8 marzo. La macchina fotografica funziona, il problema è nei contatti dell’obbiettivo che vanno sostituiti. Mi viene comunicato il preventivo il giorno 11 Marzo: la cifra è di 114 euro escluse le spese di spedizione. Accetto immediatamente il preventivo e sulla scheda appare la dicitura ‘Attesa Materiale‘. Il problema vero è che a Torino non hanno a disposizione il pezzo di ricambio. E questo pezzo di ricambio non è presente nemmeno in Italia. E proprio non c’è. Faccio una piccola ricerca e scopro che il guasto non è proprio raro e tantissime persone hanno avuto il mio stesso ERR 01. Sono passati 15 giorni e la mia scheda riporta ancora ‘Attesa Materiale’. Ho chiamato diverse volte Camera Service (che, devo ammetterlo, sono molto disponibili e professionali) e mi è stato detto che non sanno assolutamente quando avranno a disposizione il ricambio. Non esiste una data certa. Com’è possibile che Canon non riesca a fornire al centro assistenza autorizzato un pezzo di ricambio molto ‘comune’ di un obbiettivo molto diffuso? Mi chiedo: in quanti hanno il mio stesso problema? Questa volta Canon mi ha davvero molto deluso. E non mi resta che aspettare…
Fotografia  Io_e_Me  24-105  assistenza  canon  contatti  err  err_01  obbiettivo  ricambi  Torino  from google
march 2011
La matematica di Ummagumma (Parte 1)
Nel fatidico anno 1969, i Pink Floyd, dopo i primi due album "The piper at the gates of dawn" e "A saucerful of secrets", nei quali era evidente la matrice psichedelica ed era stato fondamentale il contributo di Syd Barrett, realizzarono un disco molto diverso, più orientato verso i canoni del rock progressivo, al quale venne dato un titolo bizzarro: "Ummagumma".Chi prendesse per la prima volta in mano quest’album, nella sua pregiata versione in vinile, o anche nella meno romantica edizione in CD, sicuramente sarebbe attratto dalla strana immagine di copertina. Alle spalle di David Gilmour seduto in primo piano, si nota una fotografia incorniciata e appesa al muro, e gli altri componenti del gruppo, in posizioni diverse fuori dalla porta di casa. Fin qui nulla di strano. Ma se osserviamo bene la fotografia sul muro, vi notiamo una scena del tutto simile a quella dell’intera immagine di copertina: questa volta però è Roger Waters a essere seduto in primo piano, gli altri tre musicisti si trovano fuori dalla porta e sul muro, un’altra fotografia analoga alla precedente. Com’è possibile? Stiamo impazzendo? No, semplicemente ci troviamo di fronte ad un sistema di matrioske, o di scatole cinesi. O, se volete, stiamo osservando un esempio interessante di ricorsività, o ricorsione, come amano dire gli informatici. La ricorsività si viene a creare ogniqualvolta un oggetto contiene una copia di se stesso, o fa in qualche modo riferimento a se stesso. Qualcosa di molto simile all’autoreferenzialità.E’ chiaro che il gioco ricorsivo della copertina di "Ummagumma" potrebbe concettualmente proseguire all’infinito: ogni fotografia contiene una copia di se stessa, e solo interrompendo la successione in qualche modo si può uscire da questo folle circolo vizioso. Se guardiamo la copertina ancora più in profondità, in effetti, ci accorgiamo che al quarto livello della ricorsione la fotografia appesa al muro non raffigura più la scena complessiva ma, con un colpo di teatro che ha del geniale, contiene la copertina del precedente album dei Pink Floyd: "A saucerful of secrets"! Ecco quindi un brillante esempio di ciclo di ricorsione che, dopo un certo numero di ripetizioni, si arresta. E’ come avere un certo numero di matrioske, ciascuna delle quali ne contiene un’altra: prima o poi, inevitabilmente, troveremo una matrioska vuota, o, se volete, una matrioska contenente un oggetto che non è una matrioska.Gli informatici conoscono bene il concetto di ricorsione, perché per risolvere alcuni problemi o per effettuare certi tipi di calcoli, è comodo servirsi di procedure che, ad un certo punto dell’esecuzione, invocano loro stesse, generando così una sequenza di chiamate che ha termine soltanto quando si verifica una situazione particolare: un po’ come la matrioska vuota o come l’improvvisa comparsa della copertina di "A saucerful of secrets" nella cornice appesa al muro!Ad esempio, esiste in matematica una funzione particolare, chiamata "fattoriale", molto usata dagli statistici. Com'è noto, il fattoriale di un numero si calcola moltiplicando tra loro tutti i numeri interi da 1 fino a quel numero. Ad esempio il fattoriale di 3 è uguale a 1 x 2 x 3, cioè 6. Quanto è invece il fattoriale di 4? Bè, è uguale a 1 x 2 x 3 x 4, cioè a 24. Ma allora, direte voi, il fattoriale di 4 si può calcolare anche come il fattoriale di 3 (che è 6) moltiplicato per 4!Immaginate di essere dei programmatori, e di dover scrivere una procedura informatica per calcolare il fattoriale di un numero qualsiasi. Potreste scrivere un programma ricorsivo, che prende il numero di partenza e lo moltiplica per il fattoriale del numero intero immediatamente precedente: ad esempio, come abbiamo visto, per calcolare il fattoriale di 4 usiamo il fattoriale di 3, per calcolare il fattoriale di 3 usiamo quello di 2, e così via.Attenzione però: una volta arrivati al fattoriale di 0, non potreste ricorrere al fattoriale di -1, perché in questo modo fareste un bel buco per terra e comincereste a scavare nei numeri negativi, all’infinito, creando disastri! Da bravi programmatori dovrete ricordarvi di "A saucerful of secrets" o della matrioska vuota, che in questo caso è il fattoriale di 0: quando si arriva a 0, qui dovete fermarvi, e tener conto che il fattoriale di 0 è semplicemente 1!Il concetto di ricorsività non appartiene soltanto alla matematica o all'informatica, ma anche, solo per fare alcuni esempi, alle arti figurative, alla letteratura, al cinema. Negli anni settanta, sulla scatola di uno dei prodotti di Droste, una marca olandese di cacao, era disegnata un’infermiera che reggeva in mano un vassoio con una tazza e una scatola della stessa marca. Il giornalista olandese Nico Scheepmaker coniò il termine "effetto Droste", per indicare immagini contenenti versioni ridotte di se stesse. Un’espressione che è quasi un sinonimo di "effetto Droste" è "mise en abyme", in francese "messo nell’abisso". L’origine del termine va cercata nell’araldica, dove indica uno stemma che contiene un piccolo scudo all’interno di uno scudo più grande. Oggi, si parla di "mise en abyme" soprattutto nella critica letteraria, artistica e cinematografica, per indicare storie ricorsive strutturate a matrioska. Questa notte ho fatto un sogno strutturato a matrioska:io sognavo di sognare che un abate un po' cruentodopo avermi esaminato mi ordinava di svegliarmi.Io ubbidiente gli ubbidivo, cioè sognavo di svegliarmie me lo ritrovavo accanto con quel fare suo cruento,lui che mi riesaminava, io che gli chiedevo affranto:"Dimmi, abate, perché insisti nell'esaminarmi attento?Ho commesso forse un atto che fu inviso all'abbazia?"Egli, colto alla sprovvista, non sapendo fare meglio,mi ordinò seduta stante di procedere a un risveglio.(da "Abate cruento", di Elio e le Storie Tese)Stefano Belisari, in arte Elio, è laureato in ingegneria elettronica, e certamente la ricorsione come concetto informatico ha un ruolo chiave in questo testo surreale, in cui la procedura "sogno" viene invocata (per usare un termine informatico) due volte: la prima volta, se così posso dire, dal programma principale, e la seconda volta dalla procedura stessa, appunto in modo ricorsivo. In entrambi i casi l'esecuzione della procedura termina a causa del comando dell'abate cruento, il quale ordina di "procedere a un risveglio". Dopo la prima uscita ci ritroviamo all'interno della procedura stessa, al primo livello di ricorsione, e dopo la seconda uscita ritorniamo al livello di partenza, quello del programma principale.Un celebre esempio è offerto dall’Amleto di Shakespeare, nel quale a un certo punto i personaggi mettono in scena una tragedia che è molto simile all’Amleto stesso: l’Amleto, quindi, contiene dentro di sè un altro Amleto, il quale ne contiene un altro, e così via all’infinito.Esempi più moderni di "teatro nel teatro" ce li propone Pirandello: nei suoi "Sei personaggi in cerca d’autore", lo spazio rappresentato sul palco del teatro è a sua volta il palco di un teatro, e i personaggi recitano la parte di attori che stanno provando un'altra opera teatrale di Pirandello, "Il gioco delle parti". La letteratura moderna, d’altra parte, è piena di strutture ricorsive e giochi autoreferenziali, da "Aspettando Godot" di Samuel Beckett, a "Se una notte d’inverno un viaggiatore" di Italo Calvino, a molti racconti di Borges. Anche il cinema ha fatto spesso uso di vertiginosi giochi di "mise en abyme": si pensi ad esempio al film "eXistenZ" di David Cronenberg, o ad "Inception" dell’anno scorso.L’arte figurativa, soprattutto quella moderna, non è da meno. In alcuni famosi dipinti raffiguranti pipe, René Magritte compie una riflessione sulla differenza tra realtà e rappresentazione, giocando in modo molto profondo con i paradossi dell’autoreferenza. Ma l’artista che più di ogni altro ha affrontato le sottigliezze della ricorsione è il grafico olandese Maurits Cornelis Escher, famoso per i suoi disegni di costruzioni impossibili, distorsioni geometriche e tassellature del piano: potremmo citare la ricorsività intrecciata in "Mani che disegnano", dove una mano che impugna una matita sta disegnando su un foglio un'altra mano, la quale, a sua volta – ed ecco il paradosso - disegna la prima mano…Tornando a "Ummagumma", il disco che ha offerto lo spunto per parlare di ricorsività, non posso evitare di notare che questa copertina ci regala anche un altro magnifico pretesto matematico: ma di questo parlerò nel prossimo post.
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march 2011
A proposito di backup
Come direbbe Barney Stinson, la prima regola del buon backup è “Prova il tuo backup!”. In altre parole, non saprai mai quanto è buono il tuo backup se non provi a farci un ripristino.

Qualche tempo fa ho iniziato a installare sui siti basati su WordPress il plugin wp-dbmanager: rispetto ai classici plugin che si occupano del backup di mySql, questo offriva una serie di optional interessanti (ad esempio l’ottimizzazione programmata del database e la possibilità di eseguire query). Cosa potrà mai andare storto nel fare un banale dump di un database?

Oggi dovevo provare delle modifiche sul tema di un sito, per cui ho recuperato dalla mail l’ultimo backup e ho cercato di ripristinarlo in locale:

Tentativo #1: ripristina da phpMyAdmin, lettere accentate a ramengo.
Tentativo #2: prova ad aprire il file .sql in TextMate, il programma si addormenta sistematicamente dopo poche righe (e TextMate non rientra certo nella categoria dei software instabili). Con “nano” o “tail” si riesce ad aprire il file, a quanto pare crea delle righe interminabili di testo.
Tentativo #3: prova l’importazione da riga di comando forzando il charset UTF-8, lettere accentate sempre a ramengo.
Tentativo #4: cerca sul forum di supporto del plugin o su Google, apparentemente nessuno ha questo problema. Il fatto che questo si verifichi con backup provenienti da Aruba, DreamHost e da un server dedicato mi fa pensare che il problema non sia dalla mia parte.
Tentativo #5: butta via il plugin e installa wp-db-backup, tutto liscio al primo colpo (e nessun problema aprendo il file con TextMate).

Morale della favola: verificate sempre i vostri backup.

Visto che negli ultimi due mesi ho perso svariate ore su queste cose, qualche appunto in ordine sparso (che l’età avanza).

Se siete su DreamHost, il sistema di backup di database e siti funziona molto bene (ancora una volta, parlo per esperienza diretta). Questo non vuol dire che non dobbiate garantire l’incolumità dei vostri dati con soluzioni di backup alternative. Ad esempio potete crearvi dei batch shell ed eseguirli tramite il pannello di controllo (sezione Goodies) o crontab. La sintassi per fare il backup di un database è

mysqldump NOME_DATABASE > dumpdatabase.sql -u UTENTE -h HOST -pPASSWORD
La sintassi per il ripristino

mysql -u UTENTE -h HOST -pPASSWORD NOME_DATABASE < dumpdatabase.sql
Se dovete utilizzare in locale il backup del database di un sito, un modo rapido per correggere i riferimenti può essere questo (non è probabilmente la soluzione più sicura o elegante, ma funziona).

cat dumpdatabase.sql | sed 's|www.esempio.it|localhost/esempio|g' > dumpdatabase_locale.sql
Nello specifico tutte le occorrenze di “www.esempio.it” nel file dumpdatabase.sql vengono sostituite con “localhost/esempio” e salvate in dumpdatabase_locale.sql, risolvendo il problema dei parametri in wp_options ma anche di eventuali link all’interno dei post.

 

Tag Technorati: backup, wordpress
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march 2011
Bavettine con pesto, patate e fagiolini
Partiamo col dire che queste dovevano essere trenette al pesto, ma le bavettine avevo e quindi caro Andrea ti devi rassegnare a questo scatto. Sì perchè il mio amico e collega Andrea aveva bisogno di una foto di trenette, essenso il claim del suo blog “Il TCP/IP è la più grande invenzione dell’uomo, dopo la ruota e le trenette al pesto” e quindi sabato si è andati di pasta al pesto!

La ricetta tradizionale vuole che insieme alla pasta e al pesto vi siano anche fagiolini e patate lessate tagliate a pezzi, che accompagnano il piatto conferendogli maggiore gusto e completezza.

Il pesto, la TERZA salsa più prodotto al MONDO (dopo maionese e ketchup ovvio), derivata dalla mistura al mortaio di (segue ordine corretto per pestare gli ingredienti):

aglio di Vessalico
pinoli (di ottima qualità, pisani o calabresi)
sale non raffinato(es. salina di Trapani) pochissimo, qualche grano appena
basilico genovese di circa 15 giorni (mai meno di 10)
parmigiano reggiano 24 mesi e pecorino fiore sardo (percentuali secondo il proprio gusto)
olio taggiasco

Esistono sul territorio alcune varianti che utilizzano come formaggio  la prescinseua (Tigullio), che regala un sapore leggermente più acido e le noci al posto dei pinoli. Personalmente nella mia famiglia abbiamo sempre usato il parmigiano… sarà che sono mezza emiliana.

Bavettine al pesto per 2 persone.
200 gr di bavette
1 patata piccola sbucciata e tagliata a pezzettini
10 fagiolini verdi
pesto alla genovese

Realizzazione

Mettere sul fuoco abbondante acqua salata e cuocervi i fagiolini e la patata. Dopo circa 5 minuti unire le bavette e ultimare la cottura. Scolare bene la pasta, le patate e i fagiolini e condire con il pesto.
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march 2011
Ideos, Android per tutti
Il suo ingresso nel mondo degli smartphone non è dei più recenti, ma l’Ideos – prodotto dalla cinese Huawei – pur essendo un prodotto di fascia entry level, grazie al suo rapporto qualità/prezzo ha saputo conquistarsi una buona fetta di mercato.

Specifiche tecniche

L’Ideos ospita il sistema Android aggiornato alla versione 2.2 (Froyo) ed è dotato di un display QVGA capacitivo da 2.8” e 262k colori, 256MB di RAM e 512B di NAND, con il supporto schede di espansione fino a 32GB. Connettività wireless b/g/n, Bluetooth 2.1 e connessione dati GPRS, UMTS ed HSDPA. È dotato anche di A-GPS e sistema di navigazione Compass; la fotocamera in dotazione è da 3.2 Megapixel.

Unboxing ed accensione

Nella confezione sono presenti un cavo USB con presa di corrente estraibile, auricolare, una scheda MicroSD da 1 GB e una breve guida.

L’accensione non è delle più immediate e occorre poco più di mezzo minuto per completare avvio e montaggio della scheda SD. Lo smartphone ha già preinstallate alcune applicazioni, tra le quali Facebook, Twitter e Foursquare, oltre alle classiche di Google.

Market

All’avvio del Market salta subito all’occhio l’assenza di molte applicazioni invece disponibili per altri smartphone basati su Android, molto probabilmente a causa di limitazioni hardware come la mancanza dell’autofocus nella fotocamera per Google Goggles. È una delle note negative, alla quale si può trovare soluzione solo effettuando il rooting del dispositivo.

La tastiera preinstallata – TouchPal – non dà molti problemi di sorta, tranne per alcuni layout non sempre utili ed in cui è facile incappare con uno scrolling errato, ma facilmente gestibili nelle impostazioni. La tastiera di default – seppur spartana – risulta meno personalizzabile ma decisamente più utile per la scrittura di email ed sms tramite input vocale.

Connettività

L’Ideos, oltre alla connessione dati dell’operatore – tramite cui è possibile usare sia il tethering via USB, sia sfruttarlo come access point senza fili –  supporta connessioni wireless fino alla classe n ed il GPS, non sempre immediato come tempi di aggancio. È possibile inoltre bloccare il roaming della connessione dati quando non si è in wi-fi semplicemente modificando le opzioni dal menu Impostazioni.

Usabilità

Al primo avvio compare un breve howto di presentazione;  l’uso di Android è semplice ed immediato anche per chi si trova per la prima volta ad usare uno smartphone touchscreen. In fase di prima autenticazione con l’account Google vengono sincronizzati tutti i contatti della rubrica di GMail e le attività di Google Calendar. Il display, corredato di default con la barra di ricerca di Google – oltre alla possibilità di cercare in altre applicazioni (anche tramite ricerca vocale) – è personalizzabile sia con sfondi statici che animati, ed è ben gestito dal sensore di luce ambientale, che regola automaticamente l’illuminazione, oltre che widget e collegamenti alle applicazioni installate ed usate più spesso.

Problemi comuni

L’Ideos non eccelle in molte occasioni per via delle prestazioni. Di seguito verranno elencate alcune soluzioni per i problemi più comuni.

1) Durata della batteria

Con le connessioni di rete sempre attive, c’è il rischio che la batteria possa abbandonarci durante la giornata. È una buona regola comune quindi evitare di lasciare connessioni wireless o dati, e GPS, inattive quando non necessarie. O in alternativa usare delle applicazioni che ci aiutino a risparmiare risorse preziose come JuiceDefender.

2) Auricolare

Sembra che l’auricolare in dotazione con l’Ideos non sia facilmente reperibile in commercio. Alcuni utenti hanno segnalato la compatibilità dell’auricolare in questione con quelli a marchio SBS.

3) Applicazioni su SD

Data la possibilità di spostare le applicazioni su SD nativamente, è consigliato evitare di riempire la memoria interna, tranne per le app di sistema che necessitano di essere avviate prima che la MicroSD venga montata.

4) Tastiera non riconosciuta

Può accadere che la tastiera installata di default non venga riconosciuta da alcune applicazioni, come ad esempio il client telnet/ssh ConnectBot. In questo caso è sufficiente fare pressione sul campo di inserimento testo, e scegliere l’opzione Metodo inserimento per usare la tastiera Android.

Considerazioni

Pur avendo alcune limitazioni, l’Ideos resta un’ottima scelta per chi si avvicina per la prima volta al mondo Android. Nonostante le dimensioni ridotte che a primo impatto potrebbero sembrare molto limitanti, si dimostra facilissimo e piacevole da usare, oltre che comodo per l’uso abbinato ad un PC come modem o hot spot wireless. Assolutamente consigliato per chi ha voglia di fare un tuffo in Android senza spendere cifre consistenti.
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march 2011
Set your own Dropbox storage quota
COME SI FA a convincere gente di valore, i famosi "talenti", a venire a lavorare per te? Con una montagna di soldi? Anche gli altri li offrono. Allora ci vogliono altre cose, da aggiungere al pacchetto. Dropbox, la startup californiana (base a San Francisco) assume. Per convincere i giovani genietti del computer a scegliere loro, ecco cosa offrono in più, "benefits and perks":Money Quote: Set your own Dropbox storage quotaFree lunches, snacks, coffee, and dinner if you're up lateCompetitive salariesBuild or buy your dream computerDowntown SF officeReally flexible hoursFifteen days of Paid Time Off (PTO)Paid holidays401(k)Several health insurance optionsVision, dental, and life insurance tooMusical culture: Complete music studio equipped with drums, P.A., amplifiers, etc...Whiskey FridaysGaming! Starcraft 2, Rock Band, DDR (yep, a real machine) and Laser Tag in the officeSembrano cavolate, vero? Poi vai a vedere cosa ti offrono quelli che vogliono cambiare l'Italia, come Telecom Italia, sia come posizioni che come stipendi, contratti e posizione lavorativa, e ti viene voglia di fare il visto per gli Stati Uniti. No?
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march 2011
Officina Turistica: Post a una professoressa [ovvero del: ma quale brand reputation è solo questione di prezzo]
Cara prof. è un marketing duro quello del turismo, ecco perché bisognerebbe, quando si parla di prezzi e offerte, sapere un po’ fino a quale livello, se è giusto che ce ne sia uno, è tollerabile dimenticarsi della dignità di chi lavora.
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march 2011
Perché gli informatici non fanno carriera?
In qualunque funzione cominci, hai la possibilità che la tua carriera si concluda al vertice. Tranne che se sei un informatico, cioè.
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february 2011
Non è un paese per Giovani (3)
Banca d'Italia - Il sito ufficiale della Banca Centrale Italiana.

...I salari di ingresso dei giovani sul mercato del lavoro, in termini reali, sono fermi da oltre un decennio su livelli al di sotto di quelli degli anni Ottanta. La recessione ha reso più difficile la situazione. Il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 30 per cento. Si accentua la dipendenza, già elevata nel confronto internazionale, dalla ricchezza e dal reddito dei genitori, un fattore di forte iniquità sociale. Vi contribuisce fortemente la segmentazione del mercato del lavoro italiano, dove vige il minimo di mobilità a un estremo, il massimo di precarietà all’altro. È uno spreco di risorse che avvilisce i giovani e intacca gravemente l’efficienza del sistema produttivo.La propensione all’innovazione e la proiezione internazionale delle nostre imprese sono insufficienti a sospingere la crescita, in ultima analisi perché troppe imprese, anche di successo, rimangono piccole. I comportamenti degli imprenditori risentono anche di incentivi impropri a non crescere: un sistema fiscale con meno evasione e aliquote più basse favorirebbe la decisione di aumentare la dimensione dell’impresa.
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february 2011
Come il mondo vede gli informatici…
L'immagine di una professione tende ad essere solida, rassicurante, affidabile, magari perfino capace di una punta di ironia. Ma non l'immagine degli informatici...
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february 2011
Morire per delle idee
Parte tutto da questa vignetta di Makkox sul Post. Più che una vignetta, è un editoriale. E mi ha fatto male, perché dice la verità. Ed è una verità antipatica, che mi procura un malsano odio autoriferito.

Mi urta anche solo pensarlo, perché speravo di meritare qualcosa di meglio, ma è assolutamente vero che la cifra identitaria di una generazione, della mia generazione, è Berlusconi. No, non l’opposizione a Berlusconi: la sua stessa esistenza, la sua irruzione nelle nostre vite, il nostro cercare colpe, meriti, eroismi, identità e il nostro sperare che, come un male non curato, vada via da solo.

Makkox ci chiama – e si mette anche lui nel mucchio – “kamikaze vili”, disposti a “morire per”, ma non a lottare. E ha ragione, purtroppo.
Perché pur di vederlo uscire dalle nostre vite, dalle nostre teste, dalle nostre conversazioni, ci siamo appigliati a tutto. E questo “tutto” era sempre al di fuori di noi e non era “noi”.
Insomma, per l’ennesima volta, come tutti i pigri e i passivi, abbiamo perso la speranza che esistesse una soluzione interna e di sistema al problema-Berlusconi e ci siamo affidati all’unico fattore di rinnovamento possibile in Italia: il caso (eventualità che comprende anche la morte).
C’è stato un momento in cui, evidentemente, ci siamo tutti convinti – io incluso – che è inutile darsi da fare e agitarsi e che questo male qui non va via con l’impegno, con la lotta, con la politica.

Come per il fascismo, come per mille mali profondi di questo paese e delle nostre vite quotidiane, non ci salviamo. Ci salvano. O il male passa da solo. O succede qualcosa di così grosso che, anche se finiamo nei guai o ci ricopriamo di merda, almeno ci liberiamo di lui.
E in assenza di salvatori, e visto che Berlusconi non accenna a schiattare, non ci resta che sperare nella terza soluzione: una disgrazia. Tutti morti, tutti finiti, lui incluso.
Siamo arrivati a questo: un cupio dissolvi collettivo, perché dal male così profondo non c’è fuga, perché è radicato, perché è ineluttabile.

E’ dal 1994 che viviamo così. E per molti di noi, per quanto ci sforziamo a non ammetterlo, Berlusconi è diventato una presenza quotidiana, un riferimento costante, un “qualcosa” che, anche se non nominato, anche se volutamente ignorato, è presente.
Ne parlavo, tempo fa, con un amico. Ci raccontavamo di come, sotto sotto, entrambi vivessimo con la cognizione di un “dopo” in cui, liberate le nostre vite dalla brutta presenza di Berlusconi, tutto sarebbe cambiato. Magari marginalmente in meglio, eh. Ma ci sarebbe stata una condizione in cui tutti gli sforzi sarebbero valsi un po’ più la pena. Ora no: questa situazione, che dura ormai da 17 anni, è un killer per qualsiasi entusiasmo. E’ un problema psicologico collettivo, più che un fatto politico. Ma non riesco (più) a nascondermi che vivo ogni giorno sperando in un “dopo”. Qualsiasi “dopo” che sia civile, fossero anche 50 anni di destra al potere. E non mi piace vivere sperando.

Sono gli anni di Berlusconi e mi fa schifo il solo fatto di viverci e di aver fatto pochissimo per porvi rimedio, giusto un po’ di militanza in campagna elettorale, il voto a sinistra (quello utile, senza velleità bertinottiane), qualche telefonata per convincere gli amici di tendenza astensionista, una secchiata di vacui post faziosi sul blog in cui ci si dava torto/ragione tra gente già convinta. E basta: tutte soluzioni comode, da divano.

In verità mi vergogno per il solo fatto che sto qui a chiedermi cosa posso, cosa possiamo, fare di più.
C’è il Mediterraneo in fiamme e a 40 miglia di mare sta succedendo qualcosa che qui non ci sogniamo nemmeno. Forse è nel destino di questa penisola incrostarsi, fossilizzarsi su un regime e vedere quelli che chiamavamo “barbari” superarci in modernità. E lentamente – o velocemente, a seconda di come la vedete – invaderci, scassare le nostre abitudini, entrare nelle nostre vite, cambiarle e dare una botta al motore della storia patria, che gira a vuoto – o all’indietro – da troppo tempo.

Credo che il declino, quello di un popolo, sia questo: osservare impotenti e indolenti il male, accorgendosi che l’unica forma di lotta che ci siamo concessi è stato il tentativo di assomigliargli un po’ meno. E aspettare che arrivi qualcuno, da fuori, a rompere lo specchio.
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february 2011
Why airports suck
What’s the best way to understand something apparently obscure?
Easy: look at how that business, that institution, that group of people or that individual thrives.
How it makes money. How it survives.
From this, you can understand almost everything else.

Let’s take a look at airports: most people would agree that airports suck, big time.

Some of them suck less, because they are beautiful, well organized, and treat you very well during your wait for the flight. Such as Changi airport in Singapore, voted world’s best airport for several years in a row. But they still suck.
They suck for the occasional traveler; they suck much more for people like me, frequent traveler.

I took 60 flights in 2008. 102 flights in 2009. 106 flights in 2010, and 9 so far in 2011.
Half of these are intercontinental flights.
I’ve seen about 60 different airports, in four continents.
So, even if my expertise is technology, I can humbly state that I know something about air transportation as well.
Then, let me tell you the real reason why airports suck, for travelers, but are a gold mine for the companies owning them.

Before we dig into this, let me ask you something about retail.
There are different types of retail shops: real ones, virtual ones; the ones located at very expensive locations in the City center; the others in less populated areas. Some of them are in remote locations, where you don’t have any other choice, and so they can reap you off with very high prices, because you don’t have competition, or alternative.
Ok, good so far.
What if I tell you that I invented a new type of shop?
This shop has lots of visitors per day.
People that want to kill time by visiting your shops, because there’s nothing else to do.
People with a lot of money, compared to the average person.
People that can’t compare prices easily.
People convinced that you don’t pay taxes on products, therefore you should be cheap… But in fact you aren’t.
People that would happily take a look at your advertising on the walls, because they’re bored and they don’t know what else to do.
People that can find exciting to go shopping, because there’s nothing else to do.
Would you like to sell your products in this shop? Of course you do. And you would pay a lot of money to do it.

Did you catch my hint? That’s how airports make money.
Not by letting airplanes take off and land, no. That’s about one third of the profits for airports, and it’s made of small things like: aircraft refueling, referred to as a flowage fee (normally .07 to .15 US cents per gallon of fuel), aircraft parking fees, parking garage fees, passenger facility charges (PFCs, normally $4.50 per passenger enplanement), and so on.
The other two thirds of profits come from everything else: selling advertising space, renting shops and restaurants, renting space for airline lounges and for money changers, selling parking lots, providing extra services, or taking shares of profits from third party services such as taxis or shuttles.
But wait, there’s more: what would you do to maximize the profits from these shops, so you can ask for higher rents?
Think about it for a few seconds.

Done?
1) What about telling people: you have to be at the airport three hours before your flight. I fly more than 100 times a year, and most of the time I arrive at the airport just one hour before the flight (which, by the way, it’s often late by at least 10-20 minutes), and I never lost a flight. But hey, if you tell people to come earlier, they’ll have more time to shop, right?
2) What about, making security procedures long and tedious? Yes, that’s another good idea, because then people would be convinced to be at the airport earlier, to make sure they don’t lose their flight. Even frequent traveler. Even business people. They come early, and if they have extra time they go to the airline lounge to check their email, drink a coke, perhaps have a quick meal. Ah, and yes: you can’t bring drinks inside, so you have to buy a new drink once you go through security.
Also, now that security is so stupidly organized, no one wants to go out and say: ok, forget about these measures, just step in. Do you know why? Because, if something happens, they would be blamed for having reduced security measures. Even if these security measures are just a complete waste of time. They don’t stop the real terrorists. They only bother the honest travelers.
3) What about, not providing plugs to let people use their laptops. If passengers use laptops, they don’t buy. Using laptops should be restricted as much as possible. So, no tables to sit, no electric plugs, and please go shopping!
4) What about, maximizing the distance between the entrance of the airport and the departing gate, so that passengers are exposed to as many shops as possible?
5) Since your customers, or passengers, are richer than the average person (because they can afford flying, or because they fly for business and in most cases their company covers their food&beverage costs, because when people fly they tend to bring more money with them, etc.), you can focus on luxury items (watches, gold, jewellery, high end fashion and bags, spa treatments and massages, alcohol, chocolate) or other high margin items (postcards, souvenirs, etc.). Which means, you can rent your space to companies that can make huge profits on these products. Therefore, higher rents for you.

Instead, passengers, or customers, would like to address different things, such as:
1) Can you make security procedures more straightforward? I don’t want to stay in line for half an hour, take out my shoes, be searched, take out my laptop, take out my belt and watch and phone.
2) Can you make it easier to arrive at the airport with a taxi or subway or train, and get to my gate as quick as I can? Can you make traveling time to or from the airport more predictable (maybe not with cars, but with trains and subways)?
3) Can you charge fair prices for food, beverage, etc?
4) Can you provide plugs, seats, tables, so if I really need to wait, I can wait comfortably?

Is there anything that we can do, as customers, to change this? I doubt it.
These are trans-national entities, and the only thing that would work is to stop buying stuff at airports.
But we can’t convince millions of people to do that.

This is just scrapping the surface, you know.
There is much more, and I’m sure that I am missing many other subtle things… If you have suggestions, comments, I’d be happy to hear them.

I could also write a similar post on Airlines, and their subtle mechanisms to squeeze as much money as they can from passengers.
For example, why changing the name of a passenger should cost money?
Why airlines can arbitrarily raise the cost of tickets when there’s scarcity? I once saw a flight go from the usual 500 USD to more than 12,000 USD. Yes, perhaps a few seats left… But why you should rob people with prices like that? It is the equivalent of the only water shop in front of the Egyptian pyramids, selling water at 100 USD per bottle because these people have only one other option, to die. Would you accept that?
But hey, that’s life.
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february 2011
Umore: tutti i trucchi per migliorarlo.
Secondo la scienza, l’umore è lo specchio del nostro corpo: se siamo pieni d’energia, le emozioni positive sono più forti.

Cambiare umore? Non è difficile, secondo Robert E. Thayer, docente di psicologia alla California State University a Long Beach. Secondo lui, le fluttuazioni dell’umore, ma anche dell’autostima, sono strettamente influenzate da fattori biologici interni e seguono le fluttuazioni ritmiche della temperatura del corpo e del ciclo sonno-veglia. Il buonumore, quindi, non sarebbe altro che lo specchio della condizione fisica. «Quando le risorse personali sono elevate, ci si sente di buon umore» riassume Thayer. «I test hanno dimostrato che quando si è pieni d’energia le emozioni positive su se stessi sono molto più forti».
Thayer riassume l’umore in 4 livelli di energia. 1. “Stanchezza tesa”, l’umore peggiore: si è stanchi e anche stressati. 2. “Stanchezza calma”, cioè stanchezza senza stress: può essere piacevole soprattutto al momento giusto, prima di andare a dormire. 3. “Energia tesa”, ci si trasforma in una macchina da lavoro ad alto stress: non si funziona al meglio. 4. “Energia calma”, è energia senza tensione, e dà una condizione di piacevole produttività, mentre l’attenzione è del tutto focalizzata.

Il decalogo del buonumore
Il rimedio cui tutti ricorrono quando sentono la crisi di “stanchezza tesa”, fatta di malumore e stress, è il cibo, prevalentemente patatine fritte, dolci e cioccolato. Rimedio sbagliato: secondo Thayer servirebbe invece l’esercizio fisico. Thayer e altri ricercatori hanno individuato un decalogo di interventi d’emergenza per rimediare al cattivo umore, ma anche per prevenirlo. Eccoli.
1. Il movimento. Un esercizio moderato, anche solo una passeggiata di 10 minuti a passo veloce, aumenta immediatamente il livello di energia e migliora il tono dell’umore meglio di una barretta di cioccolato. La ricerca di Thayer ha infatti dimostrato che chi mangia il cioccolato, a distanza di un’ora si sente ancora più teso, mentre 10 minuti di marcia a passo veloce aumentano l’energia per 1-2 ore. In caso di bisogno, una passeggiata (possibilmente in mezzo al verde) basta a ridare serenità
2. Agenda e orologio. È utile fare caso agli alti e bassi della propria energia, che segue un andamento preciso. Immediatamente dopo la sveglia l’energia è bassa, anche se il sonno è stato ristoratore. Ha poi un picco nella tarda mattinata, dalle 11 alle 13. Riscende nel tardo pomeriggio fra le 15 e le 17, per rialzarsi prima della serata, dalle 18 alle 19, e crollare al suo punto più basso alle 22. Meglio piazzare gli impegni più difficili quando l’energia è elevata, e in corrispondenza dei cali d’energia l’ideale è fare una passeggiata.
3. Imparare a osservarsi. Come si comporta l’umore? Mangiare ci fa sentire subito meglio? E dopo due ore? Fare moto dà benefici immediati? E a distanza di tempo? Che effetto ha la caffeina (caffè, bibite a base di cola, tè) al mattino, al pomeriggio e alla sera? Ognuno ha le sue risposte, ed è importante verificarle per controllare l’umore.
4. Ascoltare musica è secondo solo all’esercizio fisico nella capacità di elevare l’energia e ridurre la tensione. La musica, secondo Thayer, è sottoutilizzata, ma è un sistema efficacissimo per alzare il tono dell’umore. «Scegli un’opera jazz, un’aria gioiosa, o una musica rock. Funziona qualsiasi musica allegra ti piaccia» dice Thayer. La musica aumenta nel cervello la produzione di noradrenalina, un ormone importante per il buonumore. La musica allegra fa mettere gli occhiali rosa, quella triste grigi: cambia la percezione del mondo. All’Università di Groeningen, in Olanda, i ricercatori hanno fatto sentire agli studenti musica allegra (il balletto Coppelia di Léo Delibes) e musica triste (Il cigno di Tuonela di Jan Sibelius); poi hanno mostrato loro le foto di alcuni visi con varie espressioni, alcune chiaramente felici, altre tristi, altre neutre. Dopo la musica triste i visi neutri sembravano tristi, anzi, depressi. La stessa espressione pareva felice dopo l’ascolto di musica allegra.
5. Schiacciare un pisolino. Molti non sanno pisolare nel modo giusto, cioè 10-30 minuti, non di più, altrimenti il pisolino peggiora la situazione: lascia intorpiditi e potrebbe addirittura ostacolare il sonno notturno.
6. Stare in buona compagnia. Gli studi dimostrano che chiamare un amico e fare quattro chiacchiere può essere estremamente efficace per l’umore.
7. Meditare. Richard Davidson, dell’EM Keck laboratory for functional brain imaging and behavior dell’University of Wisconsin, studiando 200 persone con la risonanza magnetica cerebrale, ha dimostrato che la meditazione attiva una zona del cervello sinistro (corteccia prefrontale) che dà sensazioni di felicità, entusiasmo, gioia, energia. In parallelo si riduce l’autocoscienza, con tutte le preoccupazioni. Non importa il tipo di meditazione: danno gli stessi risultati la preghiera religiosa, la meditazione buddista e lo yoga. Il malumore e le sensazioni di tristezza, ansia e pena attivano invece la zona controlaterale del cervello, la prefrontale destra.
8. Sorridere con gli occhi, consiglia invece Paul Ekman, docente di psicologia alla University of California. Le espressioni del viso influenzano l’umore. Se esiste una strada nervosa che collega l’umore con la sua espressione nella mimica facciale, perché dovrebbe essere a senso unico? «Nel corso della nostra ricerca abbiamo scoperto qualcosa di sorprendente» dice Paul Ekman. «Se si assume intenzionalmente un’espressione, si provoca un effetto anche nel cervello. Se si sorride nel modo giusto, si attiva la biochimica dell’allegria. La faccia non è solo un mezzo per manifestare l’emozione: serve anche ad attivarla. Le espressioni volontarie hanno un effetto sul sistema involontario. In altre parole, il semplice fatto di modificare il viso sorridendo attiva nel cervello l’area del buonumore, proprio come un’espressione corrucciata genera tristezza». Ma per cambiare umore bisogna che il sorriso abbia alcune caratteristiche. Gli angoli della bocca si piegano verso l’alto, la pelle a lato degli occhi si arriccia con il caratteristico aspetto a zampa di gallina. Questo è il “sorriso di Duchenne”, da Guillaume Duchenne, il neurologo francese che per primo lo descrisse.
9. Dimenticare i farmaci, se non sono prescritti dal medico per curare gravi alterazioni del tono dell’umore. Anche le droghe (alcol, nicotina, cocaina e amfetamine) migliorano l’umore, ma hanno un effetto boomerang: alla lunga lo peggiorano.
10. Fare buone azioni. Quando sono spontanee e fanno appello alle potenzialità personali, trasformano l’umore di un’intera giornata. L’esercizio della bontà, dell’umanità, della cordialità porta all’oblio di sé, ed è una gratificazione diversa dal piacere. La vita piacevole può stare in un bicchiere di champagne o nella guida di una Porsche. Il benessere no.

Fonte originale: Psiche e SomaUmore: tutti i trucchi per migliorarlo.


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february 2011
Non è un paese per tecnici
E’ un dato di fatto.

Essere “tecnici”, in tutti i campi in cui occorre esserlo, sta diventando sempre più difficile e sempre meno soddisfacente. La convinzione più deleteria, che purtroppo sta sempre più prendendo piede, è che un tecnico è quello che trova lo strumento giusto per ogni situazione.

Niente potrebbe essere più lontano dalla professionalità di un vero tecnico. La prima qualità di un tecnico è la competenza, e quella è rara e preziosa.

Probabilmente complice un mio personale malessere che dura ormai da mesi, traggo sempre meno soddisfazione dal mio lavoro. L’unica cosa che mi trattiene dal lasciarlo è che non so fare niente altro, e che la mia famiglia dipende da me e dal mio lavoro per tirare avanti.

Nessuno ha più l’umiltà di dire un semplice “non so”. Tutti sono esperti di tutto, e tutti hanno una soluzione per tutto. Naturalmente, quando la soluzione non deve essere necessariamente applicata.

Nel mio specifico campo, il pensiero comune è che saper installare Windows o Ubuntu è tutto quello che serve per rendere chiunque un tecnico capace.

Niente potrebbe essere più lontano dal vero, ma questo lo si capisce solo “perdendo tempo” a capire come in realtà stanno le cose “sotto il cofano”.

In un mondo lavorativo dove tutto si realizza al prezzo più basso, nessuno riesce a capire che ottieni quello che paghi: un tecnico che accetti di lavorare per pochi euro l’ora, quale sia il tipo di lavoro (programmatore, sistemista, analista, ecc.) vale pochi euro l’ora.

Persone che si scandalizzano per parcelle da 50 euro l’ora (iva inclusa), e poi spendono senza battere ciglio 200 euro per una messa in piega. No, non sto dicendo che i parrucchieri guadagnino troppo, ma che i tecnici siano valutati poco.

Qualche giorno fa ho avuto una discussione piuttosto accesa con un collega di un altro reparto che affermava senza la minima incertezza che il mio lavoro consisteva nell’assemblare computer e installare sistemi operativi, driver e applicazioni, cosa che qualsiasi ragazzino è in grado di fare. Ecco, in questa frase c’è proprio tutta la presupponenza e la cialtroneria che sta rendendo il lavoro del tecnico un inferno quotidiano.

Non voglio tediare oltre chi legge. Per il momento, questo sito si ferma qui. Rimarrà tutto online, finché qualcuno lo riterrà utile o finché non mi tornerà la voglia di condividere.

Grazie a tutti.
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february 2011
l'ombelico del mondo
Ieri al TG1, tra le notizie brevi in coda, un po' come le varie ed eventuali delle riunioni di condominio, in casa ascoltiamo questa: "Scoperto nuovo sistema solare".

Poche parole di accompagnamento. Velocemente si passa alla notizia dopo. Mio figlio (sette anni) si gira, mi guarda con l'occhio sgranato tendente all'arrabbiato o all'indignato (non saperi descrivere meglio) e mi dice: "E ce lo dicono così???".

I bambini colgono naturalmente il signifato più profondo di una notizia come questa che, in effetti, ha una portata non solo scientifica: è implicita un ridefinezione del concetto di baricentro, di equilibrio, di confine, di scoperta, di relatività.

Ma noi grandi siamo implosi, concentrati sulle piccole e misere cose di questa italietta, incapaci di guardare l'altro e l'oltre.
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february 2011
TIM: da febbraio arrivano le chiamate voce ad alta definizione
TIM ha annunciato l’imminente introduzione delle chiamate voce ad alta definizione per tutte le telefonate effettuate sulla rete nazionale.

Il servizio HD Voice ha richiesto importanti interventi sui nodi di accesso UMTS e sulla rete dati mobile e garantirà una qualità audio mai ascoltata in precedenza. Il servizio sarà disponibile, senza alcun costo aggiuntivo, per tutti i clienti TIM sotto copertura 3G e dotati di smartphone abilitati a questa tecnologia. TIM ha pubblicato un elenco completo di tutti gli smartphone supportati, che al momento sono solo Nokia N8 e Nokia C7.
La chiamata in Alta Definizione (HD VOICE):
offre una maggiore fedeltà della voce, migliorando la qualità delle conversazioni effettuate in mobilità e aumentando la sensazione di presenza dell’interlocutore; permette di ridurre il rumore di fondo in particolari contesti ambientali, come ad esempio il traffico cittadino o un concerto; offre l’esperienza di un suono più pulito, cristallino e una maggiore chiarezza della conversazione. Si tratta, quindi, di un servizio molto interessante, che speriamo possa essere utilizzato sul prossimo iPhone 5.
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february 2011
OSTv / Volume Uno – Misfits
In tema Misfits, c’è una cosa che nessuno mi toglierà mai dalla testa: Simon è una citazione vivente di Ian Curtis, il cantante dei Joy Division che, prima di suicidarsi, buonanima, ha composto cose che vanno dalla strasentita “Love Will Tear Us Apart” a “Control”. Perché lo penso? Be’, perché gli assomiglia. Nel taglio di capelli, nel modo schivo che ci aspetteremmo dal cantante di una band nota per il suo spleen esistenziale, nella maniera di portare i vestiti addosso, nel blu vacuo, e un po’ inquietante, degli occhi.

Ovviamente, si tratta di un sospetto. E lo resterà a meno che un giorno non incontri Howard Overman faccia a faccia. Una delle prime scene dell’episodio cinque della seconda stagione, però, mi ha fornito un indizio ulteriore. Eccola: Simon cammina per la strada con l’iPod e viene raggiunto da Alisha. “Che stai ascoltando?” gli chiede lei e noi sappiamo già la risposta. È “The Killing Moon”, pezzo new wave tra i più eccellenti, nato un po’ più tardi dell’ultimo disco dei Joy Division, ma pur sempre infilato dai posteri nel medesimo calderone musicale. Lei, c’era da aspettarselo, trova la canzone deprimente (lo è) ma il momento è importante perché ci dà uno spaccato della playlist e, dunque, della personalità di Simon. “Sono gli Echo & The Bunnymen!” fa lui, impaziente e un po’ stranito, come se non conoscerli fosse una lacuna madornale.

Così arriviamo alla seconda idea che mi è spesso frullata per la testa: che ogni personaggio di Misfits “abbia” un genere musicale. Per abbracciarla, dovete essere un po’ fanatici ed accettare – anche solo per un momento – che il tipo di musica che una persona apprezza sia rappresentativa del suo modo di essere e apparire (assunto a cui, in realtà, molti di noi credono davvero).

Così, Simon è in parte ritratto attraverso la new wave, e, più generalmente, la musica indie. Le scene a lui associate includono: “Stars” degli XX (S01xE05), “Spanish Sahara” dei Foals (S02xE03) e “Until We Bleed” di Kleerup (S01xE03). Per citarne alcuni.

A Nathan viene abbinato spesso il punk e il post-punk: Gang of Four (S02xE01), Kasabian (S01E04), Soft Pack (S02xE02) e, se volete pensare che lui sia – come probabilmente è – il centro caldo dei Misfits, allora da buon ultima va menzionata la sigla dei Rapture, “Echoes”, pezzo frizzante e irriverente. Ricorda qualcuno?

Curtis: piuttosto semplice. Di lui non s’è visto moltissimo ultimamente, ma credo che noi fan di Misfits lo associamo, più che ad ogni altro genere, alla house music. Proprio mentre scorrono due brani dance, infatti, il giovane ex corridore ha i suoi momenti più rilevanti e illuminanti: “Rolex Sweep” di Skepta (S01xE04) e “Swoon” dei Chemical Brothers (S02xE02).

La povera Alisha, che di personalità, almeno fino a qualche tempo fa, non ne ha esattamente avuta da vendere, soffre di un curioso caso di schizofrenia: cambia genere a seconda del fidanzato. Nella prima stagione è quasi sempre house, appunto, o pop (nel suo iPod c’è Lady Gaga, come sappiamo da S01xE06), mentre nella seconda, da quando stringe “amicizia” con i due Simon, le vengono associate canzoni melanconiche come “Laser Beam” dei Low (S02xE04) o la splendida “Paradise Circus” dei Massive Attack (stesso episodio).

Infine, Kelly. Idem come Curtis, abbiamo sentito la sua mancanza quest’anno, ma soprattutto nella prima stagione l’abbiamo vista spesso muoversi su gruppi retrò come i Cadillacs (S02xE05) o Kitty Daisy and Lewis (S01xE05). Perché dietro l’aspetto e l’eloquio da chav, abbiamo imparato che si nasconde una ragazza di principi sani e valori tradizionali.

Adesso che ci siamo divertiti un po’ insieme a immaginare questo “metasistema” musicale dietro Misfits, passiamo alla parte sgradevole: dal mio punto di vista, pochissimi sono riusciti a usare la musica pop come veicolo di senso in maniera altrettanto efficace. Sono di parte perché – non so voi – ma io questa serie l’adoro (l’adoro proprio), ma pensate solo alla banalità della prima scena dello speciale di Natale di qualche settimana fa: “Christmas Is Going To The Dogs” degli Eels, mentre vediamo i nostri eroi abbandonati a loro stessi dopo il community service responsabile della loro amicizia. È poesia.
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january 2011
Il miglior firewall del mondo
La donna è il miglior firewall esistente al mondo e lo si dimostra con qualche piccolo calcolo: 1. Una cellula umana contiene circa 75MB di informazioni genetiche contenute nel DNA. 2. Uno spermatozoo contiene la metà dei cromosomi di una cellula normale, quindi metà DNA, quindi circa 37,5MB di informazioni. 3. Un ML di sperma [...]
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january 2011
Power Balance, arrivano i rimborsi (in Australia e non solo)
Rimborsi agli acquirenti del braccialetto magico? Semmai una multa per disseminazione di gonzaggine contagiosa
L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Secondo il Daily Mail, gli acquirenti australiani del braccialetto Power Balance potranno ricevere un rimborso dalla casa produttrice, che ha ammesso (costretta dalla Australian Competition and Consumer Commission) che il gingillo non è più efficace di un qualunque altro braccialetto di gomma e che l'asserito miglioramento delle prestazioni fisiche non è supportato da alcuna prova scientifica e non ha alcuna base scientifica credibile.

Anche sul sito di Power Balance Italy, dopo la condanna da parte dell'Antitrust italiano a dicembre 2010 (con sanzione di 350.000 euro), è comparsa l'offerta di rimborso, ma in termini ben più blandi di quelli imposti dalle autorità australiane.

Ecco infatti cosa ha dovuto pubblicare la Power Balance sui giornali australiani (Gizmodo) e sul proprio sito:

Nella nostra pubblicità abbiamo dichiarato che i braccialetti Power Balance miglioravano la vostra forza, il vostro equilibrio e la vostra flessibilità.

Ammettiamo che non ci sono prove scientifiche credibili a supporto delle nostre asserzioni e che pertanto abbiamo avuto un comportamento ingannevole in violazione della sezione 52 della Legge sulle Pratiche Commerciali del 1974. Se ritenete di essere stati ingannati dalle nostre offerte promozionali, desideriamo scusarci senza riserve e vi offriamo un rimborso completo.
In originale:

In our advertising we stated that Power Balance wristbands improved your strength, balance and flexibility.

We admit that there is no credible scientific evidence that supports our claims and therefore we engaged in misleading conduct in breach of s52 of the Trade Practices Act 1974.If you feel you have been misled by our promotions, we wish to unreservedly apologise and offer a full refund.
In quello italiano, invece, non c'è nessuna ammissione di colpa. Anzi, l'offerta di rimborso sarebbe testimonianza della “serietà” della ditta italiana. A casa mia “serietà” significa verificare che un prodotto funzioni prima di metterlo in vendita, ma si sa, io sono all'antica.

Tutto questo affanno di antitrust è carino, per carità, ma soluzioni come questa spiegano perché la gonzaggine si diffonde: perché quando qualcuno è così ingenuo da comperare un talismano pensando che possa migliorare il proprio equilibrio per puro contatto, senza porsi una minima domanda (“ma allora come mai non è classificato come medicinale? Se lo usano gli sportivi, non è doping?”), viene rimborsato.

Uno che si lascia incantare da parole magiche come “ologramma” o “risonanza” (di cui saprebbe il vero significato se guardasse più Superquark e meno Mistero) a mio avviso dovrebbe essere multato per aver contribuito a propagare questa scemenza. Ma come dicevo, io sono all'antica. Sono di quelli che se ti dicono di non toccare il tostapane perché scotta e poi lo tocchi lo stesso, ti meriti anche la sberla di chi ti aveva avvisato. Così, magari, impari e non ti scotti più.

Intanto la Power Balance Italy avvia imperterrita una nuova campagna pubblicitaria sui quotidiani, che pubblicano la notizia dell'inefficacia e ingannevolezza del gingillo ma non si tirano indietro quando si tratta di prendere i soldi della sua pubblicità. Complimenti a tutti.

Fonti aggiuntive: BBC. ◆   Donazioni   ◆   |   ◆   Copyright   ◆   |   ◆   Segnalazioni   ◆   |
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january 2011
Il calendario 2011 del Paese
Siamo giunti alla fine, l’ultimo post del 2010 e sono emozionata quanto il primo post di quest’anno.

Un anno di nuove amicizie, di bella esperienze, di incontri, di scatti, di gusti differenti, di viaggi.

Un anno di nuove proposte e progetti, alcuni giò concreti e altri in ballo per il 2011, incrociamo le dita.

Vi auguro un 2011 di felicità miei amici lettori

Lo auguro anche a Giuliano e ai miei genitori che mi soppportano quotidianamente (vi abbraccio forte) e a tutti i miei amici vicini e lontani.

Io partirò per Courmayeur da dove scriverò il mio ultimo itinerario come Cercasfizio per Olivia e Marino (anticipazione ) uno dei bellissimi progetti attuati in questo 2010, auguri anche alla favolosa e paziente redazione di Olivia e Marino che mi ha accompagnato in questa esperienza unica.

Vi lascio con un piccolo pensiero, il Calendario del Paese delle Stoviglie 2011 (3.8 Mb), spero vi piaccia!

Un abbraccio

Sonia
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december 2010
TARIFFE RICARICABILI – Inverno 2010
Dopo lo scorso autunno per avere maggiore chiarezza sullo status delle tariffazioni per ricaricabili, ho cercato maggiore documentazione che non fosse solo quella dei siti ufficiali delle varie compagnie di TelCo.
Quello che ho scoperto è che spesso le informazioni riportate non corrispondono in toto a quello che avviene al punto vendita.
Ad esempio TIM, non presenta più le offerte TIM 6 L.E. e TIM 8 L.E., mentre al punto vendita sono entrambi disponibili sia per chi effettua una Mobile Number Portability, ovvero passa da un operatore all’altro, sia per chi acquista una nuova SIM.
Per fare una ricerca più approfondita per trovare l’operatore che al momento spillerebbe meno soldi dal mio credito residuo, ho testato alcuni siti di comparazione online, in grado di restituire una tariffa migliore consigliata in base alla situazione attuale del cliente.
Ho trovato uno studio proprio a questo riguardo fatto da Adiconsum, chiamato MiConviene.

MobiSave è effettivamente il sito di comparazione più completo perché in grado di scandagliare il proprio comportamento di spesa accedendo direttamente ai dati di fatturazione del cliente dopo approvazione dello stesso.
Beh ho scoperto che ripassando a TIM risparmierei oltre 180 euro l’anno. Ho chiesto da qualche giorno il passaggio, giusto per riscontrare se ci sarà davvero questo reale risparmio. Questa è parte della email che si riceve una volta effettuato il processo sul sito, che mostra sia la spesa mensile attuale, sia un certo numero di alternative valide.
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december 2010
HP Photosmart Premium C310: un piccolo centro di stampa casalingo
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Già felicemente in possesso di una delle precedenti versioni di Photosmart, ero davvero curiosa di mettere le mani sulla Premium C310 e ho avuto la possibilità di testarla a lungo e nel dettaglio. Considerata la mia passione per la stampa di foto digitali, ho dedicato un bel po’ di tempo a “giocare” con questa stampante.

Unboxing























































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Contenuto della scatola


















































La confezione contiene, oltre alla stampante, una borsa di tela delle stesse dimensioni, una pochette per gli accessori, un lotto completo di cartucce, carta fotografica 10×15, il manuale, il cd di installazione, un po’ di documentazione su garanzia e codici della stampante e il suo “passaporto”.

Installazione

La stampante si installa da sola, sia tramite connessione wireless che con cavo usb, l’interazione con l’utente è veramente ai minimi termini (scelta della lingua, password rete wifi, e pochissime altre cose), indica lei stessa cosa fare e quando passare all’installazione del software sul pc (questione, a volte, critica per gli utenti non esperti, che con alcuni modelli di stampante si trovano errori di periferica non trovata per non aver installato i driver nel momento giusto).

Funzioni principali

Questa stampante è una vera e propria multifunzione. Stampa, fotocopia, scannerizza e stampa via web.
Il pannello “Proprietà stampante” permette numerose personalizzazioni, dalla stampa Bozza, per risparmiare cartucce, alla stampa fotografica su carta HP, con la quale si ottengono foto di qualità veramente soddisfacente.
Possiede due alloggiamenti per la carta, uno dedicato alla A4 normale, l’altro specifico per la carta fotografica, con apposita levetta da posizionare in base al formato inserito.
Si può scannerizzare sia dal pc che direttamente dal pannello touch screen, cosa che ho trovato molto utile, dovendo, proprio in questi giorni, scannerizzare una documentazione di molte pagine, e una volta al pc, mi sono trovata tutti i pdf pronti da inviare, senza dover fare avanti e indietro tra pc e stampante.
E’ dotata anche di un lettore di schede, già presente anche nei precedenti modelli HP, comodo se si vuole stampare direttamente dalla SD della macchina fotografica senza la necessità di passare attraverso il pc.
Ma la novità assoluta è l’indirizzo email della stampante, che troverete già impostata in un’apposita sezione del pannello. Invece che inviare un documento ad una persona che ve lo stamperà, adesso potete inviarlo direttamente alla stampante!

Cosa ho preferito

La cosa che in assoluto ho più apprezzato è la modalità fronte/retro automatica, assente in quasi tutti i modelli di uguali dimensioni e fascia di costo, motivo per cui ero quasi arrivata a considerare l’acquisto di un laser anche per l’uso casalingo.
Un’altra novità assolutamente gradita è lo schermo touch screen di cui è dotata, mediante il quale si può seguire il processo di installazione, configurazione e utilizzo standole direttamente davanti, cosa molto utile se, come nel mio caso, pc e stampante non si trovano sullo stesso tavolo, ma magari due metri dietro di voi!
Un’altra cosa molto comoda e in linea con gli attuali temi di sensibilizzazione verso l’ecologia, è la divisione delle cartucce colore, sostituibili solo ad effettivo esaurimento, senza inutili sprechi o necessità di grandi di cartucce in storage per paura di rimanere “a secco” in momenti critici, come accadeva invece per le stampanti con solo Nero e Colore.

Cosa aggiungerei

Sicuramente non presente per motivi di dimensioni molto contenute e salvaspazio, quello che da sempre vorrei nelle stampanti di questo tipo è la possibilità di scannerizzare più documenti in maniera automatizzata, mediante un alloggiamento in cui infilare i fogli, cosa che purtroppo, per ora, ho trovato solo nelle multifunzione di altissimo livello.

Cosa la rende diversa

Con ogni stampante che ho utilizzato fino ad oggi ho sempre trovato che mancasse qualcosa di fondamentale. Il lettore di schede, la funzione scanner, il fronte/retro, oppure un pannello funzioni avanzato. Questo modello della HP invece sembra avere davvero tutto l’essenziale per preferirla ad altri modelli.

Piccolo aneddoto:
Avendola ricevuta in prova poco prima del periodo natalizio, ho potuto risparmiare su alcuni regali di Natale sostituendoli con delle foto in formato 10×15, stampate in qualità molto vicina al professionale, molto apprezzate e gradite dai destinatari, convinti che le abbia fatte in copisteria!
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december 2010
Aggiungi un pizzico d’arte al tuo profilo di Facebook
Alle volte le mode nascono da piccole cose, da lievi modifiche applicate a oggetti o strumenti di uso di massa. Lievi modifiche che generano interstizi nei quali la creatività può germogliare.

Da alcuni giorni Facebook ha modificato l’aspetto delle pagine dei profili personali — questo l’hanno notato tutti (se non l’avete notato andate qui). Di lì a poco, il parigino Alexandre Oudin ha trovato un escamotage per evaderne le restrizioni estetiche, creando un interessante autoritratto che ha fatto letteralmente il giro del mondo.

Questo post sul pionierismo artistico ai tempi di Zuckerberg affronta la teoria e le tecniche di abbellimento delle pagine di profilo attraverso l’autotagging. Leggendolo scoprirete come realizzare un profilo artistique — ritagliando, uploadando e taggando le immagini; se “uploadando” e “taggando” un po’ vi spaventano sappiate che (linguisticamente) spaventano un po’ anche me.

Ma veniamo a noi.



Per raggiungere il nostro obiettivo abbiamo bisogno di un’immagine .png o di una .jpg o di una .gif, di almeno 493×68 pixel. Se non ne avete una a portata di mano potete prendere questa qui sotto — tasto destro e salvatela. Non preoccupatevi, ha la forma di un banner ma non lo è :)



La procedura da seguire è semplice.

Iniziamo dal clipping dell’immagine; per farlo useremo uno strumento veloce e spartano:

http://belin.appspot.com/test/cropping.html


visitate la pagina (genovesissima) il cui link si trova qui sopra
cliccate sul quadrato cangiante nella parte sinistra, e preparatevi
scegliete l’immagine da caricare, di almeno 493×68 pixel
il programma la carica e la visualizza, pronto per ritagliarla
cliccate sull’immagine e salvate il “tassello” n1.png
… e così via, cliccando e salvando, 2, 3, 4, fino a n5.png

Salvando tutti i ritagli nella stessa directory otterrete 5 file .png.



Lasciandoci il difficile alle spalle entriamo nel dominio di Facebook, che probabilmente conoscete operativamente molto meglio del sottoscritto. Loggatevi (se non lo siete già), sbrigate le attività di routine — messaggi, notifiche e altre cose social — e preparatevi all’ultima fase della procedura.

Nella sezione Foto cliccate sul bottone + Carica foto, e poi cliccate su Seleziona foto.

Nella finstra che si aprirà il sistema vi spiega che potete selezionare più di una foto tenendo premuto il tasto ‘Ctrl’. Bene, è proprio quello che faremo.

Attraverso la finestra di dialogo andate nella directory e mediante la pressione di ‘Ctrl’ o del tasto shift selezionate le 5 immagini che avete appena generato. Effettuate l’upload.

A questo punto, magari dopo avergli dato un nome decente, potete premere su Crea album.
Nello step successivo salvate le modifiche.


Ora viene il difficile (ehm). Premete sul bottone Tagga le foto ed inserite un tag di voi stessi (autotaggatevi) su ognuna di esse… qualche click… Salva tag. Il gioco è fatto!

Se la procedura è andata a buon fine la pagina del vostro profilo conterrà la sequenza di piccole immagini nell’ordine corretto. Nel caso si verificassero problemi nell’ordinamento delle immagini — si verificano molto spesso — vi consiglio di taggarle una ad una; ricordate che l’ultima immagine a ricevere un tag è la prima che appare sulla sinistra.

Come ciliegina sulla torta, per avvicinarvi all’opera di Alexandre Oudin, potete aggiungere una foto di profilo collegata alle altre ed ottenere qualcosa di simile al profilo di Tre palle 3.



come avrete notato il giovane Tre palle 3 ha commesso un piccolo errore / immagine originale di Alberto B.

FAQ

Q: Tutto questo è faceto?

A: Sì, moltissimo :D
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december 2010
The Dirty Truth About Web Passwords
This weekend, the Gawker network was compromised.

This weekend we discovered that Gawker Media's servers were compromised, resulting in a security breach at Lifehacker, Gizmodo, Gawker, Jezebel, io9, Jalopnik, Kotaku, Deadspin, and Fleshbot. If you're a commenter on any of our sites, you probably have several questions.

It's no Black Sunday or iPod modem firmware hack, but it has release notes -- and the story it tells is as epic as Beowulf:

So, here we are again with a monster release of ownage and data droppage. Previous attacks against the target were mocked, so we came along and raised the bar a little. How's this for "script kids"? Your empire has been compromised, your servers, your databases, online accounts and source code have all been ripped to shreds!
You wanted attention, well guess what, You've got it now!

Read those release notes. It'll explain how the compromise unfolded, blow by blow, from the inside.

Gawker is operated by Nick Denton, notorious for the unapologetic and often unethical "publish whatever it takes to get traffic" methods endorsed on his network. Do you remember the iPhone 4 leak? That was Gawker. Do you remember the article about bloggers being treated as virtual sweatshop workers? That was Gawker. Do you remember hearing about a blog lawsuit? That was probably Gawker, too.

Some might say having every account on your network compromised is exactly the kind of unwanted publicity attention that Gawker was founded on.

Personally, I'm more interested in how we can learn from this hack. Where did Gawker go wrong, and how can we avoid making those mistakes on our projects?

Gawker saved passwords. You should never, ever store user passwords. If you do, you're storing passwords incorrectly. Always store the salted hash of the password -- never the password itself! It's so easy, even members of Mensa er .. can't .. figure it out.

Gawker used encryption incorrectly. The odd choice of archaic DES encryption meant that the passwords they saved were all truncated to 8 characters. No matter how long your password actually was, you only had to enter the first 8 characters for it to work. So much for choosing a secure pass phrase. Encryption is only as effective as the person using it. I'm not smart enough to use encryption, either, as you can see in Why Isn't My Encryption.. Encrypting?

Gawker asked users to create a username and password on their site. The FAQ they posted about the breach has two interesting clarifications:

2) What if I logged in using Facebook Connect? Was my password compromised?
No. We never stored passwords of users who logged in using Facebook Connect.
3) What if I linked my Twitter account with my Gawker Media account? Was my Twitter password compromised?
No. We never stored Twitter passwords from users who linked their Twitter accounts with their Gawker Media account.

That's right, people who used their internet driver's license to authenticate on these sites had no security problems at all! Does the need to post a comment on Gizmodo really justify polluting the world with yet another username and password? It's only the poor users who decided to entrust Gawker with a unique username and 'secure' password who got compromised.

(Beyond that, "don't be a jerk" is good advice to follow in business as well as your personal life. I find that you generally get back what you give. When your corporate mission is to succeed by exploiting every quasi-legal trick in the book, surely you can't be surprised when you get the same treatment in return.)

But honestly, as much as we can point and laugh at Gawker and blame them for this debacle, there is absolutely nothing unique or surprising about any of this. Regular readers of my blog are probably bored out of their minds by now because I just trotted out a whole bunch of blog posts I wrote 3 years ago. Again.

Here's the dirty truth about website passwords: the internet is full of websites exactly like the Gawker network. Let's say you have good old traditional username and passwords on 50 different websites. That's 50 different programmers who all have different ideas of how your password should be stored. I hope for your sake you used a different (and extremely secure) password on every single one of those websites. Because statistically speaking, you're screwed.

In other words, the more web sites you visit, the more networks you touch and trust with a username and password combination -- the greater the odds that at least one of those networks will be compromised exactly like Gawker was, and give up your credentials for the world to see. At that point, unless you picked a strong, unique password on every single site you've ever visited, the situation gets ugly.

The bad news is that most users don't pick strong passwords. This has been proven time and time again, and the Gawker data is no different. Even worse, most users re-use these bad passwords across multiple websites. That's how this ugly Twitter worm suddenly appeared on the back of a bunch of compromised Gawker accounts.

Now do you understand why I've been so aggressive about promoting the concept of the internet driver's license? That is, logging on to a web site using a set of third party credentials from a company you can actually trust to not be utterly incompetent at security? Sure, we're centralizing risk here to, say, Google, or Facebook -- but I trust Google a heck of a lot more than I trust J. Random Website, and this really is no different in practice than having password recovery emails sent to your GMail account.

I'm not here to criticize Gawker. On the contrary, I'd like to thank them for illustrating in broad, bold relief the dirty truth about website passwords: we're all better off without them. If you'd like to see a future web free of Gawker style password compromises -- stop trusting every random internet site with a unique username and password! Demand that they allow you to use your internet driver's license -- that is, your existing Twitter, Facebook, Google, or OpenID credentials -- to log into their website.



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december 2010
Symantec Endpoint Protection – crypt32 errors
One of the most procrastinated issues I had at a Customer’s, was the proliferation of errors like these (as shown in servers/clients Event Viewer):

Event Type: Error
Event Source:   crypt32
Event Category: None
Event ID:   8
Description:
Failed auto update retrieval of third-party root list sequence number from: <http://www.download.windowsupdate.com/msdownload/update/v3/static/trustedr/en/authrootseq.txt> with error: This network connection does not exist.
Event Type: Error
Event Source:   crypt32
Event Category: None
Event ID:   11
Description:
Failed extract of third-party root list from auto update cab at: <http://www.download.windowsupdate.com/msdownload/update/v3/static/trustedr/en/authrootstl.cab> with error: A required certificate is not within its validity period when verifying against the current system clock or the timestamp in the signed file.
There are several posts mentioning the issue, this one pointed me in the right direction. Basically, because of how SEP components communicate, Windows is triggered into updating the list of trusted root Certification Authorities. It tries to do so through the Internet using the Computer account. The latter may not have any proxy configured. Being unable to reach outside, the host gets flooded by crypt32 errors.

In order to solve the issue, I decided to deploy a valid proxy configuration, for the Computer account (SYSTEM user), on a subset of the Domain’s hosts.
One of the ways to script that is the “proxycfg -u” command1 that works by copying the current user proxy settings to the SYSTEM’s registry. Sounds cool but if the current user is not a member of the local Administrators group, he won’t have the necessary rights. The following script instead, can be launched via Group Policy2 during operating system startup, and since it’s a startup script rather than a login one, it will run with administrative privileges.

Nothing fancy in the below source. It creates the registry key if it doesn’t exist, then sets the right value for WinHttpSettings which I obtained this way:

use “proxycfg -u” on a test host
use the Registry editor to export the contents of HKEY_LOCAL_MACHINE\SOFTWARE\Microsoft\Windows\CurrentVersion\Internet Settings\Connections

The value is of type REG_BINARY. Since the RegWrite API (method of class WScript.Shell) cannot deal with binary values, WMI (StdRegProv registry provider) needs to be used. Also, SetBinaryValue expects an array of decimal values, while Regedit exports them as hexadecimal digits (you’ll have to take care of the conversion yourself).

On Error Resume Next
Const HKEY_LOCAL_MACHINE = &H80000002

strPath = "SOFTWARE\Microsoft\Windows\CurrentVersion\Internet Settings\Connections"
strKey = "WinHttpSettings"
strValue = "24,0,0,0,0,0,0,0,3,0,0,0,19,0,0,0,112,114,111,120,121,46,99,117,115,116,46,108,97,110,58,56,48,56,48,47,0,0,0,49,48,46,42,46,42,46,42,59,115,101,114,118,101,114,50,48,59,115,101,114,118,101,114,50,48,46,42,59,42,46,99,117,115,116,46,108,97,110,59,60,108,111,99,97,108,62"
strMachineName = "."

arrValues = Split(strValue,",")
strMoniker = "winMgmts:\\" & strMachineName & "\root\default:StdRegProv"
Set oReg = GetObject(strMoniker)
rv = oReg.CreateKey(HKEY_LOCAL_MACHINE, strPath)
rv = oReg.SetBinaryValue(HKEY_LOCAL_MACHINE, strPath, strKey, arrValues)
If the scripts works as it should, you’ll be greeted by these events:

Event Type: Information
Event Source:   crypt32
Event Category: None
Event ID:   7
Description:
Successful auto update retrieval of third-party root list sequence number from: <http://www.download.windowsupdate.com/msdownload/update/v3/static/trustedr/en/authrootseq.txt>
Event Type: Information
Event Source:   crypt32
Event Category: None
Event ID:   2
Description:
Successful auto update retrieval of third-party root list cab from: <http://www.download.windowsupdate.com/msdownload/update/v3/static/trustedr/en/authrootstl.cab>
And, hopefully, crypt32 errors will be gone for good.

See Using the WinHTTP Proxy Configuration Utility ↩
Computer Configuration, Windows Settings, Scripts, Startup ↩
IT  Group_Policy  Registry  Symantec  Troubleshooting  VBScript  Windows  from google
december 2010
Biciclette e motori
Come qualcuno dei miei venticinque lettori ricorderà, da un po’ di tempo mi sono comprato una bici da corsa, e ho cominciato a pedalare per le strade attorno alla mia Loreto.
La notizia della strage di ieri a Lamezia Terme (dieci cicloamatori falciati da un’auto, sette morti e tre feriti gravi) mi ha provocato per questo una certa partecipe apprensione, anche per i continui avvertimenti che ricevo da parenti e amici circa la pericolosità della corsa in bici su strada.

Voglio dire quel che ho sperimentato in questi primi due mesi di attività cicloamatoriale: per l’automobilista medio (me incluso, probabilmente, prima di fare questa esperienza) il ciclista non è alla guida di un veicolo che come tale ha tutto il diritto di usare la strada, ma è un intruso che ostacola la sua via. Per questo, mentre se si trova davanti un’altra automobile che non può sorpassare aspetta fino a che non diventi possibile, dietro a un ciclista, o a un gruppetto di ciclisti, se non ha spazio di sorpasso nell’altra corsia, non rallenta per aspettare, ma si attacca al clacson, impreca verso i pedalatori, e si avventura in pericolosi (per i ciclisti, non per l’auto) “sfioramenti” pur di passare senza aspettare.

Ecco dunque la mia preghiera agli automobilisti (me compreso, quando sono al volante): ricordatevi di considerare i ciclisti al pari degli automobilisti, solo alla guida di veicoli che – andando a pedali – vanno a velocità inferiore, e meritano dunque maggior rispetto e maggiore attenzione. E un’altra cosa: sappiate che il ciclista, per la sua sicurezza, DEVE cercare di occupare un po’ di carreggiata, senza tenere troppo la destra. Non imprecate dunque con lui, e non strombazzategli dietro il clacson, che rischia anche di provocargli improvvise mosse scomposte e perdita dell’equilibrio.

Insomma, cercate di non ammazzarci. Davvero grato.
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december 2010
Amazon offre musica gratis tutti i giorni fino a Natale: 25 mp3
25 Days of Free è l’ottima offerta natalizia di Amazon.

Da questa pagina si possono scaricare tutti i giorni fino a Natale 25 mp3 gratis.

La selezione della musica scelta per il download gratuito è ottima.

Il primo brano scelto è White Winter Hymnal, dei Fleet Foxes (una delle mie canzoni preferite), il secondo è Your Holiday Song, delle Indigo Girls.

Non ci resta che visitare la pagina tutti i giorni fino al 25 dicembre e scoprire i regali musicali di Amazon!

Articolo originale: maestroalbertoAmazon offre musica gratis tutti i giorni fino a Natale: 25 mp3
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december 2010
Come va a Dublino con ‘sta storia della crisi?
In questi giorni alcuni amici dall’Italia mi stanno chiedendo come si sta vivendo qui in Irlanda il problema della crisi. In realtà l’annuncio ufficiale degli aiuti europei è stato solo un modo per conclamare a tutta Europa (Mondo) una situazione che era sotto gli occhi di tutti gli irlandesi da almeno due anni. Riassumere la storia della crisi Irlandese in due parole non è facile. Ha una storia tutta sua. Così ho pensato di scriverci un post, con la consapevolezza di non essere certo esaustiva e precisa. Diciamo che è la crisi per come l’ho potuta conoscere io, e per le informazioni che sono riuscita a raccogliere e leggere in questi mesi.

Antefatto: il boom e il crash.

La recessione mondiale non ha fatto altro che far cadere il castello di carta costruito negli ultimi dodici anni di boom economico (1995-2007), un boom che per chi non l’ha vissuto non è nemmeno immaginabile. Un boom soprattutto nel campo dell’edilizia e dell’immobiliare che ha portato i prezzi delle case “che nemmeno a Chelsea a Londra”. Tanto da essere soprannominata la “Celtic Tiger“. L’altra parola chiave del boom economico irlandese è corporation tax (a oggi è pari al 12.5 %), che ha pure una voce su Wikipedia. E naturalmente le banche principali nazionali in tutto questo hanno avuto un ruolo cruciale. Un debito pubblico che non è altro che un debito privato che lo stato si è accollato.

Per descrivere quindi quello che è successo per esperienza diretta bisognava essere arrivati qui almeno cinque anni fa. Vivo in Irlanda da solo un anno. A Dublino poi, la città più cosmopolita che io abbia mai visto, non nel sud dell’Irlanda, dove la situazione pare essere molto più pesante.
In quest’ultimo anno ho solo goduto degli effetti positivi della crisi: affitti scesi almeno del 30%, prezzi dei ristoranti tornati quasi alla normalità.

Molte delle persone che ho conosciuto nei primi mesi sono rientrate nel paese di origine, ogni mese un leaving party. Infatti alcune delle molte multinazionali che hanno la sede operativa qui in Irlanda si sono trasferite. Basta percorrere Fizwilliam St per accorgersi di quanti annunci di uffici To Let sono esposti lì ormai da mesi (ora che c’è Street view sono visibili a tutti).

Gli affitti e il crollo del valore delle case.

Forse è l’aspetto più tangibile della crisi.
I privati. Hanno visto da una parte quasi dimezzare il valore della propria casa, chi è rimasto senza lavoro e ha bisogno di vendere non riesce a farlo, troppa offerta. Dall’altra è andata bene invece è chi vive in affitto: nel periodo del boom si era fortunati ad avere un contratto annuale, generalmente era trimestrale, al termine del quale si era sicuri l’affitto venisse alzato. E fuori c’era la fila. Trovare casa era davvero impossibile. Ora al termine del contratto si contratta con il padrone di casa per avere un abbassamento del canone. Gli inquilini precedenti dell’appartamento dove vivo 16 mesi fa pagavano il 25% in più di noi.

Gli affitti commerciali. Purtroppo molte attività hanno dovuto chiudere o sono sul lastrico: per garantirsi un canone d’affitto fisso, molte attività hanno stipulato contratti decennali. Senza prevedere che la tendenza sarebbe stata quella del ribasso non del costante e continuo aumento.

Grafton Street - Dublin

La crisi irlandese vista da un’italiana.

Che fosse un paese a rischio di collasso l’ho potuto capire solo pian piano dai racconti degli amici.

Per me è stato difficile percepire la situazione irlandese: servizi pubblici che funzionano, gli impiegati sempre gentili che cercano di aiutarti in tutto, poste efficientissime. Scoprire di avere anche io diritto a chiedere il child benefit, un contributo che viene dato dallo stato per ogni figlio fino al diciottesimo anno di età, 150 euro. Basta dimostrare di risiedere in Irlanda, non importa quale cittadinanza si possieda, comunitaria o extracomunitaria. Non importa se sei occupata o disoccupata, viene direttamente addebitato sul proprio conto corrente.

Fino a due o tre anni fa i ragazzi terminata l’università – 22 anni, qui il sistema scolastico è simile a quello inglese – si prendevano un anno sabbatico e partivano per l’Australia. Al rientro trovavano subito un lavoro fisso, regolare, e un buon stipendio. Quelli che hanno avuto la sfortuna di fare questo negli ultimi anni sono tornati e si son visti “costretti” a fare più colloqui del solito, a ricevere proposte economiche inferiori a quelle che han fatto ai loro fratelli maggiori. Rifiutano, e al loro posto viene assunto un giovane laureato italiano o spagnolo.

Ancora oggi l’Irlanda è quinta al mondo e prima in Europa nella classifica 2010 della Heritage Foundation sulla libertà economica, un concetto che testimonia come l’Irlanda possa essere considerata come un campione di una certa politica economica.

Dublino è una delle 10 città europee meno inquinate. L’Irlanda é nona nel 2010 nella classifica internazionale della libertà di stampa stilata dall’organizzazione Reporters Without Borders.

Per questo chi vive qui da poco non percepisce subito la gravità della situazione. Soprattutto se viene da un paese dove la crisi penetra non solo nel mondo economico o bancario, ma in tutti i livelli della società.

L’umore degli Irlandesi e il piano di budget.

Quello che sta tenendo col fiato sospeso gli irlandesi non è solo il ruolo che avrà l’Unione Europea e a quanto ammonterà il prestito, ma la imminente presentazione del budget dei prossimi 4 anni da parte del governo. Un governo a termine a quanto pare, perché son previste elezioni a marzo.
E’ da mesi che il governo anticipa qualcosa, dai tagli all’aumento delle tasse. Ieri è stato presentato uno stralcio: pare che si ruberà ai poveri per ritornare ai ricchi. Quello che è certo è che non modificherà il regime fiscale per le imprese, fermo al 12,5%, il provvedimento più temuto. Temono che le multinazionali scappino, e sarebbe veramente la fine.
Altro timore è che il paese perderà la propria indipendenza per il fatto di essere aiutato dall’esterno, temono soprattutto la Germania (così mi dicono i miei compagni di corso al Goethe Institute).

Il sentimento comune è quindi quello della disillusione, per aver creduto che tutto quel benessere potesse continuare, e la crescita economica potesse continuare con quei ritmi.

Alcuni articoli di quotidiani online che spiegano come sono andate le cose:

http://www.irishtimes.com/newspaper/breaking/2010/1125/breaking9.html
http://www.independent.ie/
http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-11-19/banche-scaricano-pigs-215101.shtml
http://www.repubblica.it/economia/2010/11/19/news/l_irlanda_adesso_ammette_abbiamo_bisogno_degli_aiuti-9270508/index.html
http://www.repubblica.it/economia/2010/11/18/news/irlanda_la_banca_centrale_avremo_un_prestito_di_miliardi-9235738/index.html
http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-11-13/irlanda-solida-punita-063936.shtml?uuid=AYJbCGjC
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november 2010
Quali rischi di sicurezza del Wifi ?
Mancano ormai poche settimane all'abrogazione della Pisanu/Stanca. Cio' potra' determinare la comparsa di punti di accesso Wifi aperti.Tutto  bene ? Si, basta sapere quali sono i rischi, esserne consapevoli e decidere come comportarsi.I dati in transito su un accesso wifi, dato che é senza fili, possono essere intercettati da chiunque sia in ascolto, basta disporre del software adeguato.

 

Si è portati a pensare "Se i siti usano SSL sono tranquillo" ma non è così, come vedremo sotto.

Avevo parlato brevemente della cosa qualche settimana fa a radio 24 nel programma di Enrico Pagliarini, 2024.

Prendiamo ad esempio idiocy,  un programmino di 130 righe che intercetta sessioni di Twitter. Se un nostro vicino twitta collegato ad un access point, idiocy intercetta il cookie di autenticazione (si chiama "dirottamento della sessione" o "session hijacking")  e posta su twitter a sua insaputa un link ad una pagina che spiega cosa è successo.

Firesheep è una estensione per Firefox che fa session hijacking su access point aperti. Una volta installato ed attivato, in un pannello appaiono le icone dei malcapitati intercettati mentre accedono a qualche servizio e basta un doppio clic per entrare in quel servizio con le credenziali rubate.

Gia', rubate. Perche' è un reato grave.

(Non giocate, perchè giocate con il fuoco e per una stupidaggine rischiate di passare anni di guai.)

 

Avevo detto in trasmissione a 2024 che bastava mettere in Piazza del Duomo un access point aperto per carpire centinaia di password di ignari turisti. Un attento ascoltatore  ha scritto alla trasmissione dicendo "ma l'autenticazione di Gmail è protetta da SSL, usa HTTPS, non HTTP!"

corretto. ma non crediate che per questo si sia fuori rischio.

un "honeypot" o "barattolo del miele" è un sistema che attira l'inconsapevole utente, per fregarlo.

 

Quando ci si collega ad una rete il computer ottiene un indirizzo IP ed un indirizzo di un DNS.

Il DNS e' un server che a fronte del "googlemail.google.com" inserito nella barra del browser, indica al computer di collegarsi al sito con indirizzo IP 74.125.43.83. I computer infatti usano sempre gli indirizzi numerici; gli indirizzi testuali sono un semplice ausilio mnemonico ed il passaggio da uno all'alrto è assicurato da questo Domain Name Server o DNS.

Quindi, se io metto un access point aperto, questo fornisce al malcapitato un indirizzo di un DNS dove io potrei  sostituire il famoso 74.125.43.83 con aldro indirizzo IP di un mio server che fornisce al malcapitato una pagina esattamente uguale a quella di Google consentendomi di catturare le sue password e, una volta fatto ciò, redirigere l'utente inconsapevole sul sito originale.

 

Qualcuno piu' accorto, a questo punto, pensera' che è opportuno configurare il proprio computer per usare un DNS fisso e non quello fornito dall'access point cui ci si collega.

In realtà anche questo non è sufficiente per attacchi piu' sofisticati tipo l'ARP poisoning che si poggiano sul fatto che la catena della fiducia non si fonda su un meccanismo di autenticazione sicura.

 

Mettere le proprie credenziali in rete usando un access point aperto sconosciuto è un comportamento che incorpora un certo rischio; è bene esserne consapevoli per poter valutare il rischio che c'e', come in ogni attività umana. Piu' i partner sono noti, piu' il rischio si mitiga.

 
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november 2010
How To Mass Export All Of Your Facebook Friends’ Private Email Addresses
A few days ago I requested that Facebook finally allow us to download email addresses for all of our friends. Facebook says this isn’t allowed because you only own the data you add to Facebook, not data that your friends add.

Their statement was, in part (entire statement here):

The most important principle for Facebook is that every person owns and controls her information. Each person owns her friends list, but not her friends’ information. A person has no more right to mass export all of her friends’ private email addresses than she does to mass export all of her friends’ private photo albums.

We pointed out that Facebook already allows mass exporting of friends’ private email addresses via deals with Microsoft, Yahoo and possibly other partners. And we suggested Facebook amend their statement to add the following bolded language:

A person has no more right to mass export all of her friends’ private email addresses than she does to mass export all of her friends’ private photo albums, unless it’s with a partner that’s making it worth our while.

Anyway, for those of you who want to download all those email addresses, here’s how.

1. Create a Yahoo email account. Even if you have an old one, create a new one so that the imported contacts are clean. It only takes a minute. You’ll get a confirmation screen that looks like this, below. Click on import contacts “Get Started” link and then choose Facebook. Note – do not use Chrome for this, it doesn’t appear to work in that browser.

2. Authorize Yahoo in the Facebook pop up and then wait a few seconds. You’ll see a confirmation screen like this:

3. Ok, you’ve now imported the names and email addresses of all your Facebook friends into Yahoo. Now just click “tools” in Yahoo mail and export. CSV format is a good format for uploading to Gmail or your desktop contact book. Save the file to your desktop, and you’re done.

4. Enjoy your new contacts. You’ve just done something that Facebook says you have no right to do, using tools provided by Facebook.

CrunchBase InformationFacebookInformation provided by CrunchBase
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november 2010
Dear Foursquare, Gowalla: Please Let’s Stop Pretending This Is Fun
It’s a bad month to be Foursquare or Gowalla. Ten days ago, 900-pound gorilla Facebook announced Facebook Deals for Facebook Places (i,e., location-based coupons) and check-ins for third-party apps. A day later, Pew Research reported that, despite all the hype, the use of location-based services is actually declining in America, from 5% of the online population in May to 4% last month. Forget the fabled hockey stick; that’s more like a broken pencil.

Why? Because they’re not giving us any good reason to use them. Look at their web sites. Gowalla proclaims, “Discover the extraordinary in the world around you.” Foursquare says, “Unlock your city.” To which I say: “Oh, come on“ — and it seems I speak for approximately 96% (formerly 95%) of the population. I have no interest in enlisting in a virtual scavenger hunt, or unlocking merit badges — what is this, the Cub Scouts? — or becoming the narcissistic “Mayor” of my local coffee shop. Thanks for the offer, but I’m afraid I already have some semblance of a life.

I do want to keep up with my friends, and (sometimes) let them know where I am. But if you’re competing with Facebook in social networking and your name isn’t Twitter or Google, I’m sorry, but I don’t like your chances.

Don’t get me wrong. Foursquare and Gowalla have done really well building ecosystems that attract early adopters. Unfortunately, the evidence indicates that they only attract early adopters. If they want to reach the majority who don’t care about making it to Mayor, they need to abandon their pretense of fun, stop pussyfooting around with silly slogans, and make their value proposition stark, simple, and profoundly unsexy: “Check in and get coupons.”

Look at Groupon. Do they have a cutesy motto? No, they just have the fastest growing company ever. Location-based services can and will be at least as big. But they need to make it clear that what you get is the ability to announce I’m downtown, I’m hungry, and I don’t know what I want to eat! or I need to buy a Kris Kringle gift, and I don’t much care where! – and then sit back and watch the discounts roll in.

It’s true that location-based games will eventually be huge, too, but such games imply interaction with friends. By the time they really take off, Facebook will own the mobile social graph, and direct competition will be disastrously dumb.

Location-based discounts, however, have little to do with social networking. That makes them a poor fit for Facebook — and hence still an opportunity for Foursquare and Gowalla. But if they don’t move fast to make it clear that that’s what they do, Shopkick is going to leave them eating dust.

CrunchBase InformationFacebookGowallashopkickInformation provided by CrunchBase
Mobile  TC  featured  Facebook  foursquare  gowalla  groupon  shopkick  from google
november 2010
[We want you!] Lavoro offresi
Enter, azienda con sede a Milano, cerca i seguenti profili:

Sviluppatore Junior:
- conoscenza dei seguenti linguaggi: PHP, Mysql
- è preferibile la conoscenza di CMS come Drupal, WordPress, Joomla
- predisposizione ai rapporti interpersonali ed al lavoro in team
- capacità di problem solving
- tipologia contrattuale: 1 anno tempo determinato
- sede di lavoro: Milano.

Sviluppatore:
- conoscenza dei seguenti linguaggi: Microsoft .NET e PHP con minimo 2 anni di esperienza
- sviluppo in ambiente mobile (principalmente Iphone)
- predisposizione ai rapporti interpersonali ed al lavoro in team
- capacità di problem solving
- buona conoscenza della lingua inglese.
- tipologia contrattuale: 1 anno tempo determinato
- sede di lavoro: Milano.

Enter è un hub digitale per la tecnologia e la comunicazione. Alle soluzioni di connettività, data center e telefonia abbina le competenze più evolute nella comunicazione per realizzare progetti integrati su tutti i canali digitali. Trovate il profilo completo di Enter sul loro sito web.

Per info e invio curricula:  job@enter.it
Senza_categoria  lo_sapevi_che_?  from google
november 2010
1.0 Is the Loneliest Number
Many entrepreneurs idolize Steve Jobs. He’s such a perfectionist, they say. Nothing leaves the doors of 1 Infinite Loop in Cupertino without a polish and finish that makes geeks everywhere drool. No compromise!

I like Apple for the opposite reason: they’re not afraid of getting a rudimentary 1.0 out into the world.

“No wireless. Less space than a nomad. Lame.” — cmdrtaco, Slashdot.org, 2001, reviewing the first iPod

I remember my first 1G iPhone. Like a meal you have to wait for, or a line outside a club, the fact that I stood in line for hours made the first time I swiped to unlock the phone that much sweeter. It felt like I was on Star Trek and this was my magical tricorder… a tricorder that constantly dropped calls on AT&T’s network, had a headphone adapter that didn’t fit any of the hundreds of dollars of headphones I owned, ran no applications, had no copy and paste, and was as slow as molasses.

Now, the crazy thing about that release is when the original iPhone went public, flaws and all, you know that in a secret room somewhere on Apple’s campus they had a working prototype of the 3GS with a faster processor, better battery life, normal headphone jack… a perfect everything. Steve Jobs was probably already carrying around one in his pocket. How painful it must have been to have everyone criticizing them for all the flaws they had already fixed but couldn’t release yet because they were waiting for component prices to come down or for some bugs to be worked out of the app store.

“$400 for an Mp3 Player! I’d call it the Cube 2.0 as it wont sell, and be killed off in a short time… and it’s not really functional. Uuhh Steve, can I have a PDA now?” — elitemacor, macrumors.com, 2001, responding to the original iPod announcement

Or, I wonder, are they really quite zen about the whole thing? There is a dark time in WordPress development history, a lost year. Version 2.0 was released on December 31st, 2005, and version 2.1 came out on January 22nd, 2007. Now just from the dates, you might imagine that perhaps we had some sort of rift in the open source community, that all the volunteers left or that perhaps WordPress just slowed down. In fact it was just the opposite, 2006 was a breakthrough year for WP in many ways: WP was downloaded 1.5 million times that year, and we were starting to get some high-profile blogs switching over. The growing prominence had attracted scores of new developers to the project and we were committing new functionality and fixes faster than we ever had before.

What killed us was “one more thing.” We could have easily done three major releases that year if we had drawn a line in the sand, said “finished,” and shipped the darn thing. The problem is that the longer it’s been since your last release the more pressure and anticipation there is, so you’re more likely to try to slip in just one more thing or a fix that will make a feature really shine. For some projects, this literally goes on forever.

“hey – heres an idea Apple – rather than enter the world of gimmicks and toys, why dont you spend a little more time sorting out your pathetically expensive and crap server line up? or are you really aiming to become a glorified consumer gimmicks firm?” — Pants, macrumors.com, 2001

I imagine prior to the launch of the iPod, or the iPhone, there were teams saying the same thing: the copy + paste guys are *so close* to being ready and we know Walt Mossberg is going to ding us for this so let’s just not ship to the manufacturers in China for just a few more weeks… The Apple teams were probably embarrassed. But if you’re not embarrassed when you ship your first version you waited too long.

A beautiful thing about Apple is how quickly they obsolete their own products. I imagine this also makes the discipline of getting things out there easier. Like I mentioned before, the longer it’s been since the last release the more pressure there is, but if you know that if your bit of code doesn’t make this version but there’s the +0.1 coming out in 6 weeks, then it’s not that bad. It’s like flights from San Francisco to LA, if you miss one you know there’s another one an hour later so it’s not a big deal. Amazon has done a fantastic job of this with the Kindle as well, with a new model every year.

Usage is like oxygen for ideas. You can never fully anticipate how an audience is going to react to something you’ve created until it’s out there. That means every moment you’re working on something without it being in the public it’s actually dying, deprived of the oxygen of the real world. It’s even worse because development doesn’t happen in a vacuum — if you have a halfway decent idea, you can be sure that there are two or three teams somewhere in the world that independently came up with it and are working on the same thing, or something you haven’t even imagined that disrupts the market you’re working in. (Think of all the podcasting companies — including Ev Williams’ Odeo — before iTunes built podcasting functionality in.)

By shipping early and often you have the unique competitive advantage of hearing from real people what they think of your work, which in best case helps you anticipate market direction, and in worst case gives you a few people rooting for you that you can email when your team pivots to a new idea. Nothing can recreate the crucible of real usage.

You think your business is different, that you’re only going to have one shot at press and everything needs to be perfect for when Techcrunch brings the world to your door. But if you only have one shot at getting an audience, you’re doing it wrong.

After the debacle of the 2.0 -> 2.1 lost year of 2006 the WordPress community adopted a fairly aggressive schedule of putting a major release out 3 times a year, and we stuck to it fairly well although in 2009-2010 we’ve slacked a bit, falling into the “one more thing” mentality again. But more fundamentally it’s still shrink-wrap software, which means that updates burden its users in some way so we have to spread them out.

That’s why I love working on web services and pretty much everything Automattic focuses on is a service. On WordPress.com we deploy code to production twenty or thirty times a day and anyone in the company can do it. We measure the deploy time to hundreds of servers and if it gets too slow (more than 30-60 seconds) we figure out a new way to optimize it. In that short rapid iteration environment the most important thing isn’t necessarily how perfect code is when you send it out, but how quickly you can revert if you need to so the cost of a mistake is really low, under a minute of brokenness. Someone can go from idea to working code to production and more importantly real users in just a few minutes and I can’t imagine any better form of testing.

“Real artists ship.” — Steve Jobs, 1983

A version 1.0 of this essay appeared in the book Do More Faster. I should also note that Automattic is always hiring.
Essays  from google
november 2010
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